Gli Ogm sono tra noi

Fonte: L’espresso – articolo di Tommaso Cerno

OGM_maisInvisibili. Nascosti. Ce n’è sugli scaffali dei supermarket. Protetti dalle concentrazioni minime che non obbligano a dichiararli sull’etichetta. O trasformati in proteine nei gelati del futuro, che non si sciolgono e non si congelano mai. Occultati fra farine e bevande di soia, le stesse che ogni giorno passano i confini schivando i controlli. E soprattutto serviti quotidianamente nelle stalle, dove il menù di mucche, maiali, polli e tacchini è sempre più Ogm: geneticamente modificato. Ogni anno negli allevamenti italiani si consumano quasi 4 milioni di tonnellate di soia transgenica, un quarto del fabbisogno totale. Stessa cosa vale per il mais, pur in percentuale minore. Numeri sconosciuti ai più, che circolano solo fra gli addetti ai lavori. Così come pochi sanno che con quegli stessi animali si producono anche i grandi marchi Dop del made in Italy: dal Parmigiano al Grana, fino al prosciutto di San Daniele. Senza bisogno di scriverlo da nessuna parte, senza l’obbligo di informare chi compra. È così che l’Ogm si diffonde, fa concorrenza all’agricoltura tradizionale, si infiltra nella nostra dieta. Sì, perché lo scontro che vede l’agguerrito ministro delle Politiche agricole Luca Zaia, schierato per il no alle colture biotech, riguarda solo il divieto di seminare mais e soia ottenuti in provetta. Ancora proibiti nei campi, ma già legali sulla tavola degli italiani.

DALLA STALLA ALLA CUCINA

È il pasto di Frankenstein, denuncia la Coldiretti. Vegetali col genoma modificato. Un rebus genetico difficile da decifrare, i cui effetti sulla salute non saranno chiari prima di molti anni. Nossignore, ribattono a Confagricoltura: quei prodotti sono l’ambrosia del Terzo millennio. Frutti high-tech e supernutrienti, piante che prevengono i tumori, proteine con proprietà farmaceutiche capaci di resistere a sbalzi climatici e parassiti. Alle ricerche americane che mostrano come gli Ogm facciano bene, il fronte dei contrari risponde con dossier che proverebbero i danni al fegato subiti dai bovini alimentati a quel modo. Mentre la polemica infuria, silenziose quelle tonnellate di mangime con Dna modificato entrano ogni giorno in Italia da Argentina, Brasile e Stati Uniti. Tutto secondo le regole, beninteso. La soia RR o il mais Mon 810 hanno i documenti a posto. Hanno superato i test dell’Efsa di Parma, l’autorità europea per la sicurezza alimentare, per cui possono varcare le frontiere. E finire nelle mangiatoie: dalle stalle produttrici del latte, ai prosciuttifici. Senza l’obbligo di esplicitarlo sulle etichette del prodotto finale. Eppure sono diventati il piatto forte delle 43 mila stalle italiane: incidono per il 10 per cento sulla dieta dei suini, addirittura il triplo per i bovini. Con un risparmio fra il 20 e il 30 per cento. Messa così saranno presto una strada obbligata, se si vuole reggere alla concorrenza globale: “Senza questi mangimi l’Italia non sarebbe in grado di soddisfare il fabbisogno degli allevamenti”, spiegano all’Anacer, l’associazione nazionale dei cerealisti che rappresenta un centinaio di importatori. Già oggi. E Nomisma prevede che nel 2013 andrà ancora peggio: il mais non Ogm calerà del 70 per cento. Vuol dire che ne circoleranno meno di 26 milioni di tonnellate, quando già adesso il doppio non basta. Inevitabile sarà l’aumento di prezzo di 4 euro ogni cento. “Produrre i mangimi convenzionali è costosissimo. Ecco perché l’Ogm è diventato indispensabile anche nelle filiere che producono Dop”, dicono all’Assozoo, che riunisce i maggiori produttori italiani di mangimi. Trovare soia non Ogm, poi, è quasi impossibile. “La produzione futura di uova e pollame biologici è a rischio”, denuncia Martin Humphrey, portavoce di una fra le più importanti ditte di mangimistica: “Non credo che nel 2012 ci saranno più mangimi non Ogm. Bisogna che i consumatori lo sappiano”.

IL FALSO OGM-FREE

ogm_freeDalla stalla al piatto il passo è breve. Anche se non sembra. Se fai un giro fra gli scaffali dei supermercati l’etichetta Ogm, in effetti, è molto rara. La si trova ogni tanto sull’olio di semi per friggere. E poco altro. Ma le cose non stanno proprio così. Le multinazionali commissionano sondaggi continui e sanno bene che l’80 per cento degli italiani si schiera ancora contro i cibi transgenici. Magari senza sapere bene di cosa si parli, visto che quattro adulti su dieci non conoscono nemmeno il significato della sigla. E così i brand mondiali preferiscono non rischiare e restare sotto soglia. Tanto, fino allo 0,9 per cento di concentrazione nelle merendine, nei crackers, nel lievito o nella panna di soia, come di ogni prodotto in vendita in Italia, sulla confezione non serve scrivere Ogm.

Il limite è definito dai tecnici che spie come le macchine non riescono a identificare sostanze mutate sotto quella soglia, e aggiungono che durante i trasporti o nei magazzini un rischio minimo di contaminazione, di fatto, c’è e quello 0,9 mette al sicuro dal caso. Ma a chi riempie il carrello della spesa, non basta evitare alimenti a base di mais e soia, perché l’ingrediente biotech può nascondersi nei derivati. Amido, semola, fruttosio, glucosio. Tutte sostanze che il consumatore non riconosce come a rischio. È la grande contraddizione denunciata da Confagricoltura: “Il sì o il no all’Ogm sono un falso problema. Il paradosso italiano prevede l’import e l’uso dei derivati di mais e soia transgenici, ma allo stesso tempo vieta ai produttori di accedere a queste innovazioni”, ripete il presidente Federico Vecchioni. Al punto che in Italia è esploso il fenomeno opposto: sempre più spesso in etichetta compare il bollino “Ogm free”. La prova, secondo il marketing, che si sta mangiando naturale. Ma non è sempre vero. “Dovrebbe essere possibile etichettare a quel modo solo a fronte di controlli precisi della filiera”, spiega Franca Braga di Altroconsumo: “Che non sempre si fanno”. Questo sembra oggi il tema vero sul piatto: si fanno pochi controlli e il consumatore non sa se sta comprando alimenti modificati, in una qualche fase della loro produzione, o no. E le verifiche fatte dai tecnici del ministero della Salute, che mette in atto il piano di controllo sulla presenza di organismi geneticamente modificati negli alimenti, dimostrano che sostanze modificate negli alimenti in vendita in Italia ci sono, eccome. Nel potenziale paniere transgenico c’è un po’ di tutto: l’amido di mais, presente nelle farine e nella pasta, le bevande di soia, i budini, le creme salate, i fiocchi di cereali, gli integratori dietetici. Perfino pane, latte, impasti per dolci e snack salati.

Fino ai prodotti bio come il tofu, che spadroneggia nelle bioteche. Nel 2008 il ministero ha controllato un migliaio di alimenti e il 4,3 per cento risulta positivo al test: è vero che spesso l’Ogm presente è al di sotto della soglia dello 0,9, ma in molti obiettano che l’esistenza di un limite tecnico sotto il quale non si vede la mutazione non è garanzia che quella mutazione sia irrilevante. Non solo: i furbetti del transgenico si moltiplicano quando i controlli si spostano alle frontiere. Sui Tir in ingresso, un campione di alimenti su 10 presentava tracce di Ogm. Tantissimi. Anche il ministero parla di “riscontro significativo “, eppure i controlli restano insufficienti: solo 54 durante l’anno. “È per questo che chiediamo l’etichettatura completa dei prodotti su carni, formaggi e derivati. Il consumatore deve sapere tutto su ciò che acquista e mangia. È una mancanza grave di trasparenza “, spiega ancora Altroconsumo: “I controlli sono difficili, lunghi e ancora troppo pochi per avere la certezza che quello che finisce in tavola sia davvero Ogm free”. Le Asl ci stanno provando. Già nel triennio 2009-2011 si prevede di intensificare le verifiche, soprattutto alle ex dogane da cui proviene il grosso degli alimenti a rischio. Anche perché se in Italia produrre Ogm è vietato, in Europa siamo circondati: Spagna, Repubblica Ceca, Portogallo, Germania, Slovacchia, Romania e Polonia coltivano regolarmente mais transgenico. Migliaia di ettari, destinati ad aumentare negli anni.

IL VENTO DEL NORD

Doveva adeguarsi anche l’Italia e sdoganare l’agricoltura transgenica. La firma dell’accordo Stato-Regioni per definire i paletti era attesa a fine gennaio. Invece dal ministro Zaia è arrivato un altro rinvio. Troppi dubbi sulle linee guida per la coesistenza tra colture convenzionali, biologiche e geneticamente modificate. In altre parole non c’è accordo su come impedire che i semi transgenici contaminino i campi ancora al naturale. Così da Vivaro, un paesino alle porte di Pordenone, è partita la sfida al governo. La guida un contadino friulano, Silvano Dalla Libera, che ha spento il trattore e s’è rivolto al giudice. Ricorsi, controricorsi fino al Consiglio di Stato che gli ha dato ragione: è un suo diritto seminare mais Ogm e il ministero dovrà autorizzarlo entro il 19 aprile. Una bomba a orologeria per Zaia, in corsa per la poltrona di governatore del Veneto, che promette di impugnare la sentenza e fermare il contadino biotech pronto, invece, a seminare il primo campo Ogm al confine fra Veneto e Friuli. Con lui altri mille soci di Futuragra, forti di un sondaggio Demoskopea che dimostrerebbe come da quelle parti ben il 53 per cento degli agricoltori si dica pronto a seguire l’esempio: “Ho dovuto arrivare a 63 anni per farmi il primo campo transgenico. Negli Stati Uniti vidi con i miei occhi la soia Ogm già 20 anni fa e mi dissi: dove vogliamo andare con le nostre zappe?”, racconta Dalla Libera che ha inviato una lettera aperta al premier Berlusconi. Il Friuli Venezia Giulia resta a guardare. L’ex governatore Riccardo Illy s’era detto favorevole nel 2005 all’avvio delle sperimentazioni, pronto a divorare una polenta transgenica alzando un calice di vino. Così farà anche il successore Renzo Tondo del Pdl: “Non vedo contraddizioni fra la tutela del prodotto locale e l’Ogm. Possono avere spazi e funzioni diversi. Da una parte coltiviamo l’alimento di qualità, dall’altra Ogm, magari per produrre energia alternativa. Zone separate, regole, rispetto reciproco”.

Il problema di Tondo non sarà tanto il vento elettorale, che soffia in poppa alla Lega contraria al suo progetto. Quanto la brezza di montagna. Perché dal campo di Silvano Dalla Libera i semi di mais Ogm voleranno dappertutto, dando avvio anche in Italia alla “ contaminazione” che Coldiretti denuncia come rischio globale. Basta farsi una cinquantina di chilometri verso il mare. A Fossalon, nella laguna di Grado, Massimo Santinelli coltiva soia biologica. È titolare della Biolab e da vent’anni commercia tofu nel Nord-est. “La mia soia è naturale al 100 per cento, effettuo controlli alla semina, durante il raccolto e sul prodotto finito. Se danno il via libera ai campi Ogm, non potrò più avere certezze. Chi risponderà dei danni?”. Nessuno lo dice. Anche perché il rovescio della medaglia è che i contadini-tech sono pronti a fare altrettanto. E chiedere un risarcimento di 200 milioni di euro se lo stop agli Ogm rovinasse il loro raccolto: “La contaminazione? La subiremo noi, quando le piante robuste e perfette verranno contaminate da mais malato”. Si annuncia battaglia. Anche perché Federconsumatori è pronta a ricompattare la coalizione anti-Ogm che già nel 2007 si mobilitò per indire un referendum.

SUPER-GELATO ARTICO


Ci aggiungi il super-gelato del futuro, che dall’estate scorsa può circolare nei 27 paesi della Ue e la zona grigia degli Ogm nascosti s’allarga ancora. Si chiama cono “very strong”, realizzato con un gene rubato a un pesce artico, capace di renderlo resistente alle temperature polari. Puoi metterlo in un frigo a bassissime temperature e resta cremoso. Eppure, sebbene la proteina Isp con cui si produce derivi da un lievito geneticamente modificato, l’etichetta Ogm non è obbligatoria: “È esonerato perché l’elemento transgenico usato per la produzione viene rimosso dal prodotto finale”, denuncia la Fondazione diritti genetici. Non è considerato un ingrediente. Non c’è scritto da nessuna parte. Chi mangia non lo sa. E i casi sono sempre di più.

La dieta carnea: informazioni su cui riflettere

Globalizzazione della sostenibilità

attività in stallaUno degli aspetti che forse sfuggono ai più è che il dissennato sfruttamento dell’ambiente che l’umanità mette in atto, non mette a rischio il pianeta su cui viviamo.

Si può notare che sentiamo spesso parlare di “pianeta a rischio”, di “fine del mondo”, di “natura a rischio”, ma dietro a queste parole è nascosta una sottile falsità, una mistificazione significativa, purtroppo in molti casi anche inconsapevole: la terra e la vita su di essa, in qualche modo, sotto qualche forma, continueranno ad esistere, a prescindere dal comportamento irresponsabile dell’umanità. A rischio è “solo” la specie umana. E’ un concetto semplice quanto incompreso. E’ l’uomo che mette a rischio se stesso, o meglio la sua specie.

C’è qualcosa di perverso e terribile in questo: possibile che l’uomo non abbia a cuore nemmeno sé stesso?

Purtroppo è così, e per una semplicissima ragione: l’uomo “non spirituale” non ha ancora capito che il mondo è stato, è, e sarà, il mezzo unico e necessario alla sua anima, nelle susseguenti e molteplici vite, per evolvere. L’uomo, materialistico e miope, vede solo il tornaconto della sua presente esperienza, e intende massimizzare l’accumulo di agi e ricchezze fini a se stessi in una sola breve vita: quale miserevole intento!

Vorrei proporre in queste pagine un breve excursus di come l’uomo metta in atto il suo –”relativamente inconsapevole”- disegno di autodistruzione, partendo da considerazioni sui principali meccanismi in atto, sul come tali automatismi siano vicini ad ognuno di noi occidentali, su quanto sarebbe possibile fare per modificare il tragico andamento, per giungere infine a considerazioni che possano dare una collocazione spirituale a tutto il tema. Un tema la cui importanza è tale da richiedere la più grande attenzione che ognuno di noi, abitanti del “primo mondo”, possa dedicarvi.

Una delle espressioni più efferate dello sfruttamento che l’umanità impone al pianeta ci riguarda molto da vicino. Ma questa vicinanza ad ognuno è un fatto positivo, in quanto -come vedremo- ognuno di noi è, o meglio, sarebbe, in grado di fare qualcosa per il suo pianeta. Si tratta dell’uso di carne per l’alimentazione umana.

I veri costi dell’alimento carneo

L’economista Jeremy Rifkin, scrittore, docente alla Wharton School of Finance and Commerce e presidente della Foundation on Economic Trends e della Greenhouse Crisis Foundation, uno dei più famosi “teorici” no-global, ha scritto un famoso libro: Ecocidio, ascesa e caduta della cultura della carne, (Mondadori), nel quale con mirabile acume analizza il costo che ha per l’umanità questa “attitudine”, sviluppatasi esponenzialmente nell’ultimo secolo.

La tesi iniziale di Rifkin è significativa: sono due miliardi gli uomini che soffrono la fame. Il numero potrebbe decrescere ma, come al solito, l’interesse dei pochi (potenti) prevale sul destino dei molti (fragili).

Egli illustra come il “racket dell’Hamburger”, assorbendo il 36 per cento della produzione mondiale di grano per l’allevamento del bestiame, impedisca di eliminare il problema nella fame nel mondo.

Centinaia di milioni di persone nel mondo lottano ogni giorno contro la fame perché gran parte del terreno arabile viene oggi utilizzato per la coltivazione di cereali ad uso zootecnico piuttosto che per cereali destinati all’alimentazione umana. I ricchi del pianeta consumano carne bovina e suina, pollame e altri di tipi di bestiame, tutti nutriti con foraggio, mentre i poveri muoiono di fame.

Negli ultimi cinquant’anni la nostra società globale ha costruito a livello mondiale una scala di proteine artificiali sul cui gradino più alto ha collocato la carne bovina e quella di altri animali nutriti a foraggio.

Oggi i popoli ricchi, specie in Europa, Nord America e Giappone, se ne stanno appollaiati in cima a questa catena alimentare divorando il patrimonio dell’intero pianeta.

granoIl passaggio avvenuto nel mondo agricolo dalla coltivazione di cereali per l’alimentazione umana a quella di foraggio per l’allevamento degli animali rappresenta una nuova forma di umana malvagità, le cui conseguenze potrebbero essere di gran lunga maggiori e ben più durature di qualunque sbaglio commesso in passato dall’uomo contro i suoi simili. Oggi, oltre il 70 per cento del grano prodotto negli Stati Uniti è destinato all’allevamento del bestiame, in gran parte bovino.

Sfortunatamente, di tutti gli animali domestici, i bovini sono fra i convertitori di alimenti meno efficienti. Sperperano energia e sono da molti considerati le “Cadillac” delle fattorie animali. Per far ingrassare di circa mezzo chilo un manzo da allevamento, occorrono oltre 4 chili di foraggio, di cui oltre 2 chili e mezzo sono cereali e sottoprodotti di mangimi, e il restante chilo e mezzo è paglia tritata.

Questo significa che solo l’11 per cento di foraggio assunto dal manzo diventa effettivamente parte del suo corpo; il resto viene bruciato come energia nel processo di conversione, oppure assimilato per mantenere le normali funzioni corporee, oppure assorbito da parti del corpo che non sono commestibili, ad esempio la pelle o le ossa. Quando un manzo di allevamento sarà pronto per il macello, avrà consumato 1.223 chili di grano e peserà approssimativamente 475 chilogrammi .

Attualmente, negli Stati Uniti, 157 milioni di tonnellate di cereali, legumi e proteine vegetali, potenzialmente utilizzabili dall’uomo, sono destinate alla zootecnia: è una produzione di 28 milioni di tonnellate di proteine animali che l’americano medio consuma in un anno.

Un nuovo fenomeno agricolo

I bovini e il resto del bestiame stanno divorando gran parte della produzione di grano del pianeta. È necessario sottolineare che si tratta di un nuovo fenomeno agricolo, del tutto diverso da quanto sperimentato prima d’ora. Ironicamente, la transizione dal foraggio al mangime è avvenuta senza troppe polemiche, nonostante si tratti di un fatto che ha avuto, nella politica di utilizzo del territorio e di distribuzione alimentare, un impatto maggiore di qualunque altro singolo fattore.

In tutto il mondo la domanda di cereali per la zootecnia continua a crescere perché le multinazionali cercano di capitalizzare sulla richiesta di carne proveniente dai paesi ricchi. Fra il 1950 e il 1985, gli anni boom dell’agricoltura, negli Stati Uniti e in Europa, due terzi dell’aumento di produzione di grano sono stati destinati alla fornitura di cereali d’allevamento per lo più bovino.

Nei paesi in via di sviluppo, la questione della riforma agricola ha periodicamente chiamato a raccolta intere popolazioni di agricoltori, nonché generato sommosse politiche populiste. Tuttavia, mentre le questioni della proprietà e del controllo della terra sono sempre state temi di grande rilevanza, il problema di come la terra venisse utilizzata ha sempre suscitato meno interesse nell’ambito del dialogo politico.

Eppure, è stata la decisione più iniqua della storia quella di usare la terra per creare una catena alimentare artificiale che ha portato alla miseria centinaia di milioni di esseri umani nel mondo. È importante tenere a mente che un acro di terra coltivato a cereali produce proteine in misura cinque volte maggiore rispetto ad un acro di terra destinato all’allevamento di carni; i legumi e le verdure possono produrne rispettivamente 10 e 15 volte tanto.

Le grandi multinazionali che producono semi e prodotti chimici per l’agricoltura, allevano bestiame e controllano i mattatoi e i canali di marketing e distribuzione della carne, hanno tutto l’interesse di pubblicizzare i vantaggi del bestiame allevato a cereali.

La pubblicità e le campagne di vendita destinate ai paesi in via di sviluppo equiparano ed associano all’allevamento di bovini nutriti a foraggio il prestigio di quel dato paese.

Salire la scala delle proteine è diventato un simbolo di successo che assicura l’entrata in un club elitario di produttori che sono in cima alla catena alimentare mondiale. Il periodico americano “Farm Journal” riflette con queste parole i pregiudizi della comunità agro-industriale: “Incrementare e diversificare le forniture di carne sembra essere il primo passo di ogni paese in via di sviluppo”. Iniziano tutti con l’allevamento di polli e con l’installazione di attrezzature per la produzione delle uova: è il modo più veloce ed economico che permette di produrre proteine non vegetali.

Poi, quando le loro economie lo permettono, salgono “la scala delle proteine” e spostano la loro produzione verso carne suina, latte, latticini, manzo nutrito al pascolo. Per poi arrivare, in alcuni casi, al manzo allevato con grano raffinato”.

La scalata alle proteine animali

Incoraggiare altri paesi a salire la scala delle proteine promuove gli interessi degli agricoltori occidentali (americani soprattutto) e delle società agro-industriali. Molti di noi saranno sorpresi di sapere che due terzi di tutto il grano esportato dagli Stati Uniti verso altri paesi è destinato all’allevamento del bestiame più che a soddisfare il fabbisogno di cibo dei popoli.

Molti paesi in via di sviluppo hanno iniziato a salire la scala delle proteine all’apice del boom agricolo, quando la tecnologia della “rivoluzione verde” produceva grano in eccesso. Nel 1971 la Fao suggerì di passare al grano grezzo che poteva essere consumato più facilmente dal bestiame.

Il governo americano incoraggiò ulteriormente i suoi programmi di aiuti all’estero, collegando gli aiuti alimentari allo sviluppo sul mercato dei cereali foraggieri. Società come la Ralston Purina e la Cargill hanno ricevuto finanziamenti governativi a basso tasso di interesse per la gestione di aziende avicole e l’uso di cereali foraggeri nei paesi in via di sviluppo, iniziando queste nazioni al viaggio che le avrebbe condotte verso la scala delle proteine.

Molte nazioni hanno seguito il consiglio della Fao e si sono sforzate di rimanere in cima a questa scala anche dopo che gli eccessi della “rivoluzione verde” erano svaniti. Negli ultimi 50 anni la produzione mondiale di carne si è quintuplicata.

Il passaggio dal cibo al mangime continua velocemente in molti paesi in modo irreversibile, nonostante il crescente numero di persone che muoiono di fame. Le conseguenze di queste trasformazioni – e il significato che hanno per l’uomo – sono state drammaticamente dimostrate da quanto accaduto in Etiopia nel 1984, quando migliaia di persone sono morte di fame.

L’opinione pubblica non era al corrente del fatto che in quel momento l’Etiopia stesse utilizzando parte dei suoi terreni agricoli per la produzione di panelli di lino, di semi di cotone e semi di ravizzone da esportare nel Regno Unito e in altri paesi europei come cereali foraggieri destinati alla zootecnia.

Al momento sono milioni gli acri di terra che nel Terzo mondo vengono utilizzati esclusivamente per la produzione di mangime destinato all’allevamento del bestiame europeo.

Statistiche quanto minimo sconcertanti

Purtroppo, l’80 per cento dei bambini che nel mondo soffrono la fame vive in paesi che di fatto generano un surplus alimentare che viene però per lo più prodotto sotto forma di mangime animale e che di conseguenza viene utilizzato solo da consumatori benestanti. Al momento, uno sconcertante 36 per cento della produzione mondiale di grano è consacrato all’allevamento del bestiame.

Nelle aree in via di sviluppo, dal 1950 ad oggi, la quota-parte di grano destinata alla zootecnia è triplicata ed ora supera il 21 per cento del totale di grano prodotto. In Cina, dal 1960 ad oggi, la percentuale di grano da allevamento è triplicata (dall’8 al 26 per cento). Nello stesso periodo, in Messico, la percentuale è cresciuta dal 5 al 45 per cento, in Egitto dal 3 al 31, ed in Thailandia dall’uno al 30 per cento.

obeso-y-obesaL’ironia dell’attuale sistema di produzione è che milioni di ricchi consumatori dei paesi industrializzati muoiono a causa di malattie legate all’abbondanza di cibo – attacchi di cuore, infarti, cancro, diabete – malattie provocate da un’eccessiva e sregolata assunzione di grassi animali; mentre i poveri del Terzo mondo muoiono di malattie poiché viene loro negato l’accesso alla terra per la coltivazione di grano e cereali destinati all’uomo.

Le statistiche parlano chiaro: sarebbero 300 mila gli americani che ogni anno muoiono prematuramente a causa di problemi di sovrappeso. Un numero destinato ad aumentare.

Secondo gli esperti, nel giro di qualche anno, se continuano le attuali tendenze, sempre più americani moriranno prematuramente più per cause di obesità che per il fumo delle sigarette.

Attualmente il 61 per cento degli americani adulti è in sovrappeso. Ma contrariamente a quanto si crede, gli americani non sono i soli ad essere grassi. In Europa, oltre la metà della popolazione adulta fra i 35 e i 65 anni ha un peso superiore al normale. Nel Regno Unito il 51 per cento della popolazione è in sovrappeso e in Germania si registra un eccedenza di peso nel 50 per cento degli individui. Anche nei paesi in via di sviluppo, fra le classi più abbienti della società, il numero degli obesi va velocemente crescendo.

Il Who (World Health Organization) sostiene che la ragione principale di tutto ciò è “l’assunzione di cibi ad alto contenuto di grassi la predilezione dell’ “hamburger life style”. Secondo il Who, il 18 per cento della popolazione dell’intero globo è obesa, più o meno quante sono le persone denutrite. Mentre i consumatori dei paesi ricchi letteralmente fagocitano se stessi fino alla morte, seguendo regimi alimentari carichi di grassi animali, nel resto del mondo circa 20 milioni di persone l’anno muoiono di fame e di malattie collegate.

Ma i consumatori di carne non sanno né vogliono sapere

Secondo le stime, la fame cronica contribuisce al 60 per cento delle morti infantili. Il consumo di grandi quantità di carne, specie quella di bovini nutriti a foraggio, è visto da molti come un diritto fondamentale e un modo di vita. La società dell’hamburger di cui fanno parte anche persone alla disperata ricerca di un pasto al giorno non viene mai sottoposta al giudizio della pubblica opinione.

I consumatori di carne dei paesi più ricchi sono così lontani dal lato oscuro del circuito grano-carne che non sanno, né gli interessa sapere, in che modo le loro abitudini alimentari influiscano sulle vite di altri esseri umani e sulle scelte politiche di intere nazioni.

Il punto è questo.

A Roma nel giugno 2002 si è svolto l’ultimo “vertice mondiale sull’alimentazione” organizzato sotto l’egida della FAO (Food and Agricultural Organization) Ma cosa succede in questi faraonici summit sulla fame nel mondo?

- Si parla molto di come incrementare la produzione alimentare.

- Le società bio-tecnologiche fanno propaganda ai loro “super semi” geneticamente modificati.

- I paesi del G-7 e le Organizzazioni non governative parlano della necessità di estendere gli aiuti alimentari.

- Gli stati del Sud del mondo chiedono accordi più equi per il commercio globale e di come assicurare prezzi più alti per le proprie merci e i propri prodotti.

- Si discute persino della necessità di una riforma agricola nei paesi poveri.

Ma il tema assente dal panorama dei dibattiti sono le abitudini alimentari dei consumatori dei paesi ricchi che preferiscono mangiare prodotti animali pieni di grassi e altri cibi al top della catena alimentare globale, mentre i loro fratelli del Terzo mondo muoiono di fame perché gran parte del terreno agricolo viene utilizzato per la coltivazione di cereali destinati agli animali.

Da troppo tempo ormai si attende una discussione globale su come meglio promuovere una dieta vegetariana diversificata, ad alto contenuto di proteine e adatta all’intera umanità. Purtroppo invece, quando i delegati terminano gli incontri giornalieri previsti nei summit e si siedono a tavola, la vera politica dell’alimentazione è seduta lì ed è proprio di fronte ai loro occhi, nei loro piatti, abbondanti di carne…

Chi mangia carne consuma le risorse della terra quattro volte di più di chi non lo fa

Possiamo fare qualcosa in prima persona per sfruttare di meno le risorse della terra: cominciare ad essere vegetariani.

Potrebbe parere un affermazione troppo forte, una sorta di diktat, ma è tutt’altro che così. Si tratta solo della conseguenza di una auspicabile consapevolezza, di elevare –come per altro previsto dal Grande Piano Evolutivo di cui ognuno di noi fa parte- il livello di coscienza. Quando si mangia una bistecca bisognerebbe essere consapevoli.

Consapevoli dei liquami che filtrano nelle falde acquifere, delle foreste disboscate, del deserto conseguente, dell’anidride carbonica e del metano che intrappolano il globo in una cappa calda.

Ogni bistecca equivale a 6 metri quadrati di alberi abbattuti e a 75 chili di gas responsabili dell’effetto serra.

Consapevoli anche delle tonnellate di grano e soia usate per dar da mangiare alla fonte delle bistecche.

Consapevoli degli 840 milioni di persone nel mondo hanno fame e dei 9 milioni che ne hanno tanta da morirne.

Consapevoli che il 70% di cereali, soia e semi prodotti ogni anno negli Usa serve a sfamare animali. Non uomini.

Tale consapevolezza dovrebbe portarci a comprendere che mangiare meno carne, o magari non mangiarne affatto, non è più solo un segno di rispetto per gli animali è una scelta sociale. Una scelta solidale con chi ha fame e con il futuro del pianeta.

Un pianeta sovraffollato che si trova sempre più vicino alla profezia dell’economista Malthus, che già due secoli fa ammoniva:

“Arriverà il giorno in cui la pressione demografica avrà esaurito la capacità della terra di nutrire l’uomo.”

Ed è questo il più significativo elemento che emerge dai dati sull’impatto ambientale ed economico dell’alimentazione carnivora. Carne come alimento = sofferenza per gli uomini e per il pianeta

Durante il vertice mondiale sull’alimentazione della FAO di cui abbiamo già accennato, questi temi sono stati sostenuti dalla Global Hunger Alliance, una coalizione internazionale non-profit che promuove soluzioni ecologiche ed equo solidali per risolvere il problema della fame nel mondo. Al suo appello (www.ebasta.org, www.progettogaia.org) hanno aderito movimenti da 30 Paesi del Nord e del Sud del mondo.

Dall’Italia, vegetariani, ambientalisti e difensori degli animali si sono associati con la campagna “Contro la fame un’altra alimentazione è possibile” (www.novivisezione.org).

Cosa chiedevano?

All’Unione Europea di disincentivare gli allevamenti intensivi e mangiare meno carne, e alla FAO di scoraggiare il trasferimento della zootecnia intensiva nei Paesi in via di sviluppo.

Ma perché?

Perché il nostro pianeta viene saccheggiato per perseguire quello che è un vero e proprio business collegato alla soddisfazione di un piacere, alla gola di tanti umani ricchi e ben pasciuti.

Non si starà ad approfondire più di tanto, in questa sede, ad obiezioni sulla necessità della carne per l’alimentazione umana. Chi vuole può approfondire l’argomento con la massa ormai enorme di notizie, libri, siti e quant’altro, che affermano quanto sia migliore e salutare questa dieta, nonché quanto siano infondate le teorie che sostengono come solo la carne contenga le proteine utili all’uomo e che la sua carenza renda più deboli.

Che non sia così potrebbe essere intuito facilmente anche solo da semplici considerazioni sull’alimentazione necessaria agli animali che ci forniscono tali proteine, o dal fatto che elefante e cavallo sono gli animali più forti e resistenti alla fatica…

Altri dati che fanno pensare (1)

Ogni volta che addentiamo un hamburger si perdono venti o trenta specie vegetali, una dozzina di specie di uccelli, mammiferi e rettili.

Dal 1960 a oggi, oltre un quarto delle foreste del Centro America è stato abbattuto per far posto a pascoli; in Costa Rica i latifondisti hanno abbattuto l’80% della foresta tropicale e in Brasile c’è voluto l’omicidio di Chico Mendes, il raccoglitore di gomma assassinato dagli allevatori per una disputa sull’uso della foresta pluviale, per accorgersi dell’esistenza di una “bovino connection”. In Amazzonia la foresta pluviale è stata divorata da 15 milioni di ettari di pascolo, eppure è in questo habitat che dimora il 50% delle specie viventi e da qui deriva un quarto di tutti i farmaci che usiamo.

Dove prima c’erano migliaia di varietà viventi ora ci sono solo mandrie.

“Vacche ovunque”, scrive Rifkin nel suo “Ecocidio“:

“attualmente il nostro pianeta è popolato da ben oltre un miliardo di bovini. Quest’immensa mandria occupa, direttamente o indirettamente, il 24 per cento della superficie terrestre e consuma una quantità di cereali sufficiente a sfamare centinaia di milioni di persone”.

Per farvi posto occorre terreno da pascolo e deforestazione per creare pascoli significa desertificazione.

Dopo tre, al massimo cinque anni, il suolo calpestato e divorato da milioni di bovini (ogni capo libero ingurgita 400 chili di vegetazione al mese!) ed esposto a sole, piogge e vento, diventa sterile e i ruminanti si devono spostare dissacrando altri ettari di foresta.

Ci vorranno da 200 a mille anni perché quei terreno ritorni fertile. Ma non basta: un quarto delle terre emerse vengono usate per nutrire il bestiame.

E che dire dell’acqua? Quasi la metà dell’acqua dolce consumata negli States è destinata alle coltivazioni di alimenti per il bestiame: e’ stato calcolato che un chilo di manzo si beve 3.200 litri d’acqua. Il risultato è che le falde acquifere del Mid-West e delle Grandi Pianure statunitensi si stanno esaurendo.

Non solo: l’allevamento richiede ingenti quantità di sostanze chimiche tra fertilizzanti, diserbanti, ormoni, antibiotici: “tutti prodotti dalle stesse, poche, multinazionali che detengono il monopolio dei semi usati per coltivare cereali e legumi destinati ad alimentare il bestiame”, fa notare Enrico Moriconi, veterinario e ambientalista, nelle pagine del suo “Le fabbriche degli animali” (Edizioni Cosmopolis).

“Ogni anno in Europa”, incalza Marinella Correggia, attivista della Global Hunger Alliance e autrice, per la LAV , di “Addio alle carni”, “gli animali da allevamento consumano 5 mila tonnellate di antibiotici di cui 1.500 per favorirne la crescita“. E tutti vanno a finire nelle falde acquifere.

Un dato italiano, che riferisce Roberto Marchesini, docente di bioetica e zoo-antropologia, autore di “Post-human”, (ed. Bollati Boringhieri): “Nel bacino del Po ogni anno vengono riversate 190 mila tonnellate di deiezioni animali. Contengono metalli pesanti, antibiotici e ormoni“.

Con quali conseguenze? Ricordate il problema delle alghe abnormi nel Mar Adriatico?

Marchesini parla di “fecalizzazione ambientale” e Rifkin ci illumina sulla portata del problema riportando che un allevamento medio produce 200 tonnellate di sterco al giorno.

C’è dell’altro: i bovini sono responsabili dell’effetto serra tanto quanto il traffico veicolare del mondo intero a causa dell’uso di petrolio ( 22 grammi per produrre un chilo di farina contro 193 per uno di carne), delle emissioni di metano dovute ai processi digestivi (60 milioni di tonnellate ogni anno) e dell’anidride carbonica scatenata dal disboscamento. Un chilo di vegetali per 60 grammi di carne

Vogliamo riassumere?

E’ la stessa FAO a fornire un elenco agghiacciante dei problemi causati dagli allevamenti intensivi: riduzione della bio-diversità, erosione del terreno, effetto serra, contaminazione delle acque e dei terreni, piogge acide a causa delle emissioni di ammoniaca.

E tutto questo per cosa?

Per quelle che Frances Moore Lappé, autrice di “Diet for a small planet” definisce “fabbriche di proteine alla rovescia”.

Significa che ci vuole un chilo di proteine vegetali per avere 60 grammi di proteine animali.

E inoltre: “per produrre una bistecca che fornisce 500 calorie“, spiegano gli autori di “Assalto al pianeta” (ed. Bollati Boringhieri), “il manzo deve ricavare 5 mila calorie, il che vuoi dire mangiare una quantità d’erba che ne contenga 50 mila.

Solo un centesimo di quest’energia arriva al nostro organismo: il 99% viene dissipata… Usata per il processo di conversione e per il mantenimento delle funzioni vitali, espulsa o assorbita da parti che non si mangiano come ossa o peli”.

Il bestiame è dunque una fonte di alimentazione altamente idrovora ed energivora, una massa bovina che ingurgita tonnellate di acqua ed energia.

E lo fa per nutrire solo il 20% della popolazione globale del pianeta. Quel 20% che sfrutta l’80% delle risorse mondiali. Per dare a quel 20% la sua bistecca quotidiana.

Nel mondo c’è abbastanza per i bisogni di tutti, ma non per l’ingordigia di alcuni“, diceva Gandhi.

Ingordigia che ha raggiunto livelli esorbitanti. “Dal Dopoguerra a oggi, in Europa, siamo passati da circa 7-15 chili di consumo pro capite all’anno a 85-90 (110-120 negli States)”, riferisce Marchesini. Secondo Moore Lappé le tonnellate di cereali e soia che nutrono gli animali da carne basterebbero per dare una ciotola di cibo al giorno a tutti gli esseri umani per un anno.

E la FAO conferma che se una dieta vegetariana mondiale potrebbe dar da mangiare a 6,2 miliardi di persone, un’ alimentazione che comprenda il 25% di prodotti animali può sfamarne solo 3,2 miliardi. Ma c’è una spiacevole sorpresa

La domanda di carne sta crescendo.

Paesi come la Cina stanno abbandonando riso e soia a favore di abitudini occidentali. Stiamo esportando il nostro modello alimentare (e che  modello!). Secondo l’IFPRI entro il 2020 la domanda di carne nei Paesi in via di sviluppo aumenterà del 40%: questo significherà oltre 300 milioni di tonnellate di bistecche. E raddoppierà, sempre nei Paesi in via di sviluppo, la domanda di cereali per nutrire queste tonnellate di carne. Fino a raggiungere 445 milioni di tonnellate.

Richieste incompatibili con la salute del pianeta e con un equo sfruttamento delle risorse. Il manzo globale sta diventando una realtà. Si chiama rivoluzione zootecnica: significa spostare nel Sud del mondo la produzione di carne.

La Banca Mondiale sovvenziona, in Cina, l’industria dell’allevamento e della macellazione. Ma sbaglia: suolo e acqua non bastano per sfamare il mondo a suon di bistecche e hamburger. Con un terzo della produzione di cereali destinata agli animali e la popolazione mondiale in crescita deI 20% ogni dieci anni”, scrive Rifkin, “si sta preparando una crisi alimentare planetaria”.

Incalza Correggia: “è stato calcolato che l’impronta ecologica, cioè il consumo di risorse, di una persona che mangia carne è di 4 mila metri quadrati di terreno contro i mille sufficienti a un vegetariano“.

E allo stato attuale, la disponibilità di terra coltivabile per ogni abitante della terra è di 2.700 metri quadrati “. Ancora: un ettaro di terra a cereali per il bestiame dà 66 chili di proteine, che diventano 1.848 (28 volte di più!) se lo stesso terreno viene coltivato a soia.

Secondo la Correggia bisogna “promuovere il miglioramento della dieta nelle aree povere, ad esempio con una miglior combinazione degli alimenti, la produzione locale di integratori a basso costo e il recupero di cereali e legumi tradizionali molto più ricchi di quel trinomio riso – frumento – mais (rigorosamente raffinati!) che ha conquistato il mondo”.

Una scelta etica e responsabile

fameEconomia, ecologia e cibo per tutti sì fondono. Ambiente ed economia, del resto, sono legati dalla quantità di risorse che la terra mette a disposizione di ciascun essere vivente. Se qualcuno consuma di più c’è un altro costretto a digiunare. Naturalmente non è così semplice. La fame nel mondo non è solo una questione di quantità di risorse, ma di distribuzione.

O meglio, con Marchesini “è una questione di produzione, consumo e distribuzione insieme”. Essere vegetariani è una scelta personale, frutto di un percorso (certo, se cominciassimo a ridurre quei 90 chili di carne all’anno…). Marchesini la definisce una scelta di etica privata (etica pubblica, obbligo collettivo, deve essere, invece, l’attenzione al benessere degli animali). Ma essere vegetariani è anche un atto di responsabilità e sensibilità sociale ed ecologica.

Scrive Rifkin:

“milioni di occidentali consumano hamburger e bistecche in quantità incalcolabili, ignari dell’effetto delle loro abitudini sulla biosfera e sulla sopravvivenza della vita nel pianeta”.Ogni chilo di carne è prodotto a spese di una foresta bruciata, di un territorio eroso, di un campo isterilito, di un fiume disseccato, di milioni di tonnellate dì anidride carbonica e metano rilasciate nell’atmosfera”…

Se ogni volta che decidiamo di comprare una bistecca pensassimo a tutto questo forse per quel giorno cambieremmo menù, e chissà, magari sostituiremmo la carne con un piatto di germogli di soia consapevoli di fare del bene non solo all’umanità e al pianeta che così gentilmente ci ospita e sopporta, ma anche a noi stessi a alla nostra salute…

Una citazione emblematica

Rifkin chiude il suo libro con considerazioni veramente significative:

“I ricchi consumatori del Primo mondo si godono i piaceri di una dieta carnea, ma patiscono le conseguenze degli eccessi che la posizione dominante nell’artificiosa scala delle proteine comporta: con il corpo intasato di colesterolo, vene e arterie occluse dai grassi animali, sono vittime delle “malattie del benessere”, degli attacchi cardiaci, dei tumori del colon e della mammella, del diabete. Il moderno complesso bovino rappresenta una nuova specie di forza malvagia che agisce nel mondo. In una civiltà che ancora misura il male in termini individuali, il male istituzionale, nato dal distacco razionale e perseguito freddamente con metodi calcolati di espropriazione tecnologica, deve ancora trovare una posizione sulla scala morale. La riprovazione morale continua a essere legata ad atti d’individuale malvagità; se un membro della società commette un atto di violenza, priva il suo prossimo della vita, della proprietà o della libertà, l’individuo e il suo gesto sono universalmente condannati.

Il male è manifesto, visibile, diretto e passibile di giudizio. Il mondo moderno riconosce il male individuale che cagiona un danno diretto ad altri individui. Ma non sa ancora riconoscere una nuova e ben più pericolosa forma di male, che ha premesse tecnologiche, imperativi istituzionali e obiettivi economici. La società contemporanea continua a tutelarsi dal male individuale e diretto, ma ancora non è riuscita a integrare nella propria griglia morale di riferimento il senso di giusta indignazione e di riprovazione morale nei confronti della violenza istituzionalmente certificata. Ma cosa accade di un altro genere di malvagità: quella implicita all’origine, nelle premesse medesime su cui si fondano le istituzioni?

La chiesa accenna, con molta timidezza, all’idea di combattere “le potenze e i principati terreni”, ma anche qui riconosce solo un concetto tradizionale di moralità, ispirato ai Dieci Comandamenti. Cosa dire, invece, del male che scaturisce da metodi razionali di confronto, obiettività scientifica, riduzionismo meccanicista, utilitarismo ed efficienza economica? Il male inflitto al mondo moderno dal complesso bovino ha questa natura: avidità, inquinamento e sfruttamento hanno accompagnato il complesso bovino durante tutta la millenaria migrazione verso Ovest. La nuova dimensione del male è intimamente connessa con il complesso bovino moderno, che ha acquisito i caratteri di un male occulto, e discende direttamente dai principi illuministi su cui si fonda gran parte della moderna visione del mondo. Questo male occulto viene inflitto a distanza; è un male camuffato da strati sovrapposti di veli tecnologici e istituzionali; un male cosi lontano, nel tempo e nel luogo, da chi lo commette e da chi lo subisce, da non lasciar sospettare o avvertire alcuna relazione causale. E’ un male che non può essere avvertito, data la sua natura impersonale. Lasciare intendere che un individuo sta facendo il male coltivando cereali destinati all’alimentazione animale o consumando un hamburger, può sembrare strano, perfino perverso, a molti.”

E ancora:  ”Anche se i fatti fossero espliciti e incontrovertibili, e il percorso del male fosse tracciato nei suoi più minuti dettagli, è improbabile che molti, nella società, avvertirebbero il medesimo senso di riprovazione morale che provano di fronte a un male diretto e individuale, come una rapina, uno stupro, la deliberata tortura del cane dei vicini. E’ probabile che i proprietari dei negozi in cui si vende carne di bovini nutriti a cereali non avvertano mai, personalmente, la disperazione delle vittime della povertà, di quei milioni di famiglie allontanate dalla propria terra per fare spazio a coltivazioni di prodotti destinati esclusivamente all’esportazione. E che i ragazzi che divorano cheeseburgers in un fast-food non siano consapevoli di quanta superficie di foresta pluviale sia stata abbattuta e bruciata per mettere a loro disposizione quel pasto. E che il consumatore che acquista una bistecca al supermercato non si senta responsabile del dolore e della brutalità patiti dagli animali nei moderni allevamenti ad alta tecnologia. In una civiltà completamente imbevuta di principi illuministi, come la meccanizzazione e l’efficienza economica, la sola idea che questi medesimi principi siano, potenzialmente, causa del male è censurata. La maggior parte delle relazioni che regolano le società moderne sono mediate dalla razionalità, dal distacco obiettivo, dalla ricerca dell’efficienza, da considerazioni utilitariste e interventi tecnologici. Il moderno complesso bovino, come abbiamo appreso attraverso le pagine di questo libro, è stato fra le prime forze istituzionali a mettere in pratica le idee dell’Illuminismo, a integrare gli standard ingegneristici della moderna visione del mondo in ogni aspetto della propria attività.

Nell’era moderna, queste idee e questi standard sono stati utilizzati efficacemente per tagliare gli intimi legami fra uomo e natura.

I principi fondamentali dell’Illuminismo hanno spogliato la natura della propria vitalità e derubato le altre creature della propria essenza originale e del proprio valore intrinseco.

Nel mondo moderno, freddo e calcolatore, abbiamo scambiato la salvezza eterna con l’interesse materiale personale, il rinnovamento con la convenienza, la capacità generativa con le quote di produzione.

Abbiamo appiattito la ricchezza organica dell’esistenza, trasformando il mondo che ci circonda in astratte equazioni algebriche, statistiche e standard di performance economica.

Il male occulto viene perpetuato da istituzioni e individui mossi da principi organizzativi razionali, che a far loro da guida per scelte e decisioni, hanno solo forze di mercato e obiettivi utilitaristici (la globalizzazione del profitto).

In un mondo di questo genere, ci sono ben poche occasioni per onorare la creazione, essere in sintonia con le altre creature, gestire l’ambiente e proteggere i diritti delle future generazioni.

L’effetto sull’uomo e sull’ambiente del modo moderno di pensare e di strutturare le relazioni è stato quasi catastrofico: ha indebolito gli ecosistemi e minato alla base la stabilità e la sostenibilità delle comunità umane.

La grande sfida che dobbiamo affrontare è rappresentata dal lato oscuro della moderna visione del mondo: dobbiamo reagire al male occulto che sta trasformando la natura e la vita in risorse economiche che possono essere mediate, manipolate e ricostruite tecnologicamente, per adeguarle ai ristretti obiettivi dell’utilitarismo e dell’efficienza economica.

Il primo passo necessario è diventare consapevoli dei meccanismi di sfruttamento del pianeta di cui siamo complici.

Il secondo passo necessario non è fare la rivoluzione, e non è neanche aderire a questa o quest’altra organizzazione alternativa (per quanto possa essere positivo), ma è far seguire conseguenti e coerenti azioni personali in armonia con una vita etica e rispettosa dell’ambiente e del prossimo. Se vogliamo cambiare il mondo dobbiamo iniziare da noi stessi”.

(1) Da Carne amara. Supplemento D – La Repubblica 28-05-2002, di Daniela Condorelli.

Articolo tratto da Tratto da http://www.procaduceo.org/it_mater/articoli/salute/no_carne2.htm#costi

Codex Alimentarius: Nutrizione globalizzata

Articolo pubblicato sulla rivista “Il Consapevole” n. 17/2008 di Sepp Hasslberger

“Negli ultimi 5 anni sono avvenuti grandi cambiamenti nella consapevolezza globale con opinioni forti sulla globalizzazione e sulle strutture di potere delle multinazionali.”

David Korten

codexSecondo il suo sito ufficiale www.codexalimentarius.net, il Codex Alimentarius fu creato nel 1963 dalla Food and Agricultural Organization (FAO) e l’Organizzazione Mondiale (OMS) con l’intento di sviluppare per il trattamento degli alimenti norme, linee guida e codici di buona pratica sotto un programma congiunto della FAO e dell’OMS. Gli obiettivi di questo programma, sempre secondo il sito, sono la tutela della salute dei consumatori, l’equità del commercio e la coordinazione delle norme per gli alimenti.

Tutto bene a prima vista. Purtroppo le belle parole nascondono una realtà più oscura.

Il Codex Alimentarius è un foro legislativo internazionale sponsorizzato dall’industria che promuove gli interessi delle multinazionali in un mercato globalizzato, piuttosto che la salute dei consumatori o una forma equa di commercio.

Fino a dieci anni fa, pochi avevano sentito parlare del Codex Alimentarius il cui nome latino significa ‘legge alimentare’, se non erano direttamente coinvolti nel noioso lavoro di elaborazione delle norme o nell’adeguamento delle leggi nazionali alle regole Codex, ma poi le cose cambiarono.

Nel 1994, la delegazione tedesca di un comitato relativamente sconosciuto, il Comitato Codex su Nutrizione e Alimenti per Usi Dietetici, propose la bozza di una linea guida per un nuovo tipo di alimenti che negli anni ’80 erano comparsi sui mercati europei e che, ai tedeschi, non sembravano alimenti per niente. Erano tavolette e capsule e contenevano dosaggi di vitamine e minerali che I tedeschi consideravano esaggerati. Queste pillole di vitamine, chiamate complementi alimentari, bioalimenti o integratori alimentari, sembravano medicine alla mente tedesca piuttosto che alimenti salubri come Krauti e Strudel.

La linea guida proposta in seno al Codex mirava alla restrizione dei dosaggi consentiti, cercando di ridurre il tutto alle dosi giornaliere raccomandate (RDA) per ogni sostanza.

Fu ironia della sorte che il concetto dell’RDA, una sorta di minimo indispensabile per ogni nutriente, introdotto nella Germania post-bellica dalle forze di occupazione americane, adesso veniva usato dai tedeschi … per opporre resistenza all’introduzione di integratori di nuova generazione. Il mercato tedesco era molto controllato ma anche molto aperto al mondo farmaceutico. Dopo tutto, i farmaceutici rappresentano, in Germania, un fattore economico non indifferente: i grandi produttori tedeschi di farmaci sono parte integrante dell’economia delle esportazioni, e dello sviluppo miracoloso che l’economia tedesca conobbe dopo la guerra.

Ne consegue che se un alimento slitta nella categoria dei farmaci è principalmente l’industria farmaceutica a trarne benificio.

Per quel che riguarda gli integratori e le vitamine poste sotto la lente del Codex, dobbiamo tenere presente che ne fanno parte anche i tanti preparati vitaminici e di minerali che acquistiamo in erboristeria e che utilizziamo in maniera autonoma (non tramite il consiglio del medico) per il miglioramento della nostra salute.

La globalizzazione

Sebbene gran parte della forza economica si spostò dalla Germania del dopo-guerra agli alleati vittoriosi, specialmente negli Stati Uniti, quando consideriamo il mercato globalizzato, le nazioni non sono gli attori principali. L’industria, dopo decenni di fusioni e acquisizioni della concorrenza, è diventata una forza monolitica. Non fa più parte di una singola nazione e spesso la forza economica di una singola multinazionale supera quella di interi paesi.

Un gruppo di produttori globali resiste il controllo di leggi e governi nazionali, cercando di seguire per la sua strada del profitto riducendo al minimo possibile ogni interferenza ed ogni competizione. Una lobby ben finanziata che prende di mira parlamenti e agenzie di governo lavora sodo per “livellare il campo di gioco” per le multinazionali.

L’industria globale degli alimenti e dei farmaci è innamorata con il Codex. Siccome le sue linee guida spesso servono da base di partenza per l’elaborazione di nuove leggi nazionali, è molto più facile riferirsi al Codex che non convincere ogni singolo paese di cambiare la propria legislazione.

Ufficialmente, l’adeguamento alle regole del Codex è un atto volontario. Però dal 1995, che vide la creazione dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), meglio conosciuta con il nome inglese World Trade Organization (WTO), le cose sono cambiate. Qualsiasi paese che non si è adeguato alle norme e che si trova oggetto di una controversia sollevata da un’altro paese rischia di dover pagare pesanti sanzioni. La corte internazionale che decide le controversie commerciali è infatti tenuta a basare le sue decisioni su linee guida internazionali, ove questi esistono. Così in termini pratici, le norme Codex hanno la funzione di legge internazionale.

Additivi chimici, pesticidi e GMO

Il Codex Alimentarius ha più di venti comitati attivi che deliberano su ogni cosa dai mangimi per gli animali ai prodotti della pesca, dalla biotecnologia ai residui di pesticidi consentiti negli alimenti. Non posso che brevemente ricordare questi altri aspetti del Codex, ma giova sapere che essenzialmente stiamo di fronte ad un meccanismo che consente all’industria di farsi le propri leggi a piacere.

Il Codex è un grande promotore di alimenti prodotti con le biotecnologie, meglio conosciuti come alimenti geneticamente modificati o ‘frankenfoods.’ Siccome gli alimenti GMO hanno il sigillo d’approvazione del Codex, è molto difficile per un paese che vuole proteggere la salute dei suoi cittadini di bloccarne l’importazione. Per giustificare le restrizioni, il paese deve affrontare i migliori esperti dell’industria mondiale per portare prove scientifiche della pericolosità di un alimento. L’unione europea, con molta fatica, resiste al Codex sulla questione della modificazione genetica e degli ormoni nella carne.

Possiamo ringraziare a Codex quando troviamo pesticidi e additivi chimici nei nostri alimenti. Gli esperti dell’industria hanno deciso quali livelli di tossine permettere negli alimenti ed è stato Codex a dare carattere ufficiale e permanenza a queste decisioni. Qualsiasi tentativo nazionale di ridurre le tossine o di eliminare la chimica negli alimenti espone il paese al pericolo di sanzioni per violazione dei principi del libero commercio.

Sebbene il Codex abbia un gruppo di lavoro dedicato al problema della resistenza antimicrobiale, non ha proibito l’uso degli antibiotici nel allevamento degli animali. Stiamo affrontando un’emergenza, gli antibiotici perdono la loro efficacia. Sempre nuovi ceppi di batteri sviluppano resistenza agli antibiotici. La causa è conosciuta: la maggior parte degli antibiotici prodotto sono destinati non all’uso medicinale ma all’allevamento di animali da macello e così entrano nella catena alimentare. Codex si dice dispiaciuto ma non proibisce questa pratica.

L’industria e le delegazioni Codex

Come abbiamo visto il Codex è un’agenzia legislativa internazionale, ma le sue procedure non sono per niente democratiche. Di solito le delegazioni nazionali ai vari comitati sono composte da personale ministeriale di medio livello, affiancate da vari esperti dell’industria.

La decisione come votare o quali proposte fare nello specifico viene spesso delegata all’industria.

Molte volte la persona a capo della delegazione non è sufficientemente esperta né ha determinazione di seguire un certo percorso per disattendere i consigli e desideri degli esperti industriali. Le decisioni nei comitati Codex sono consensuali. Quasi mai si vota. Il consenso è l’assenza di un’opposizione sostenuta a una proposta o un testo. Il presidente di ogni comitato può dare la voce ad una delegazione e può chiudere la discussione, negando altri interventi. Questa stessa persona dichiara quando il consenso è raggiunto e decide quando passare al prossimo punto dell’agenda.

In conseguenza, il testo elaborato lascia molte delegazioni insoddisfatte perché le loro proposte non furono accettate e la loro opposizione non riceve l’attenzione che dovrebbe. In questo senso, il Codex non ha alcun senso di democrazia. Lavora al di fuori delle procedure legislative nazionali e può perfino ignorare o sorpassare dagli interventi diretti di delegazioni nazionali. La presenza di ONG (organizzazioni non governative) che rappresentano certi interessi dà una parvenza di democrazia, ma la loro voce è senza alcun potere. Le ONG non votano e la loro opinione non conta quando si decide se è stato raggiunto o meno un consenso.

Integratori alimentari

Ci è voluto un intero decennio, dal 1994 al 2004, per elaborare il testo sugli integratori alimentari. La conferma finale arrivò l’anno dopo in una riunione plenaria della Commissione Codex a Roma. La linea guida fu accettata ufficialmente il 4 Luglio del 2005. Il vincitore della prima manche è la Germania, ovvero la sua industria farmaceutica. Sebbene la proposta era del 1994, solo dopo il passaggio di una legge europea, la direttiva sugli integratori alimentari del 2002, era possibile unire le forze per far approvare il testo contro la continua resistenza della delegazione USA. Dopo il passaggio della direttiva europea tutti gli stati membri europei hanno dovuto dare sostegno ad un’unica voce, che rispecchiasse il nuovo testo della legge europea.

La linea guida sugli integratori finalmente è passata, attraverso la pressione esercitata da tutti e quindici Stati membri dell’Unione; con il sostegno di Rolf Grossklaus, presidente tedesco del Comitato Codex e Basil Mathioudakis, funzionario nel direttorato consumatori e salute della Commissione Europea.

Seconda manche

La vittoria dei tedeschi nel giorno americano dell’indipendenza del 2005 era soddisfacente, ma non era una disfatta dell’industria USA. Il testo approvato non ha denti: ancora mancano livelli di dosaggio definitivi ai quali limitare gli integratori. Non è stato possibile stabilire limiti, però c’è stato un accordo rispetto al prosieguo della valutazione scientifica dei rischi di certi dosaggi di nutrienti.

E’ vero che su alcuni nutrienti bisogna stare attenti alle dosi, ma è altrettanto vero che gli integratori di vitamine e minerali sul mercato oggi non presentano problemi di sorta. Questi nutrienti sono più sicuri addirittura degli alimenti comuni e nelle statistiche delle cause di morte neanche compaiono. Ciononostante, il processo di valutazione dei rischi che dovrà definire livelli massimi consentiti per vitamine e minerali, è molto simile al processo di valutazione delle tossine chimiche.

Ricordiamoci che non ci sono effetti positive sulla salute delle tossine chimiche e quindi ogni effetto avverso è importante. Invece i nutrienti sono indispensabili per la vita: ogni valutazione di un possibile lontano rischio deve perlomeno tenere conto dei tanti benefici apportati da vitamine e integratori. E’ su questo punto che vertono le discussioni attuali: trovare un dosaggio limite per ogni nutriente che renderà illegali, e perciò non più disponibili, dosaggi più alti.

Trasparenza e scienza onesta

Gli integratori sono diventati oggetto di un gioco politico. Ci sono i paesi restrittivi quali la Germania e la Francia, la Grecia, la Danimarca la Norvegia e altri che invece sono più aperti quali gli Stati Uniti, l’Inghilterra, il Sudafrica, la Svezia e l’Olanda. Il problema in discussione sembra essere “la mia industria è migliore della tua” invece che “troviamo la strada per migliorare la salute umana”.

Credo che sia necessario portare trasparenza e onestà scientifica in questo processo. Finché la scienza sarà subordinata all’industria e le ricerche possono essere ‘aggiustate’ per soddisfare i desideri dell’industria, finché il buon profitto delle industrie determinerà le norme internazionali, finché un gruppo di multinazionali potrà dirci che cosa mangiare e che cosa no, saranno tempi molto duri per tutti noi.

Sepp Hasslberger

Nota:

La maggior parte delle informazioni in questo articolo è basata sulla mia esperienza personale. Le opinioni espresse sono maturati durante più di un decennio di partecipazione in numerose riunioni di gruppi industriali, NGO e comitati Codex. Questo articolo, scritto in inglese, fu ultimato l’8 Agosto 2008, e la traduzione, fatta per la rivista Consapevole risale al 14 Agosto. Lo scritto è nel pubblico dominio, può essere ripubblicato intero o in parte, e può essere rielaborato per far parte di un nuovo articolo.

Il vero volto del Codex Alimentarius

Il Codex alimentarius è una normativa che, ufficialmente, dovrebbe garantire, attraverso opportune misure, la salute dei consumatori. L’entrata in vigore del Codex è prevista per il 2010. Che cosa si nasconde, però, veramente dietro questa iniziativa promossa dalle diaboliche multinazionali? E’ un sistema che vieterà gli integratori alimentari, le vitamine e tutti i rimedi naturali. Inoltre agli animali da allevamento dovranno essere somministrati ormoni della crescita, i cibi saranno irradiati con cobalto, cereali, frutta ed ortaggi saranno trattati con velenosi pesticidi, gli alimenti geneticamente modificati saranno legalizzati.

Per capirne di più, pubblichiamo l’articolo di Marcello Pamio:

globalization (1)Il Codex Alimentarius, è un insieme di importantissime regole su tutto quello che riguarda l’alimentazione, adottate da 181 paesi[1] (il 97% della popolazione mondiale). Codici che vanno dalla produzione degli alimenti, all’etichettatura, regolamentazioni sui livelli di sostanze chimiche permesse (inquinanti, pesticidi, tossine, additivi, ecc.), sul trasporto e la tracciatura, nonché le norme igieniche, ecc.

Circa 200 codici per gli alimenti, 40 di igiene e 3200 limiti massimi di residui di pesticidi e farmaci veterinari.[2]
Normative fondamentali e nessuno ne sa nulla.

Ufficialmente il Codex dovrebbe facilitare gli scambi internazionali degli alimenti. Ufficialmente.
La verità come sempre sta da un’altra parte.
“Regolamentare” spesso e volentieri è sinonimo di “controllare”.
Ogni organismo che “regolamenta” un qualcosa, ovviamente ne ha il controllo totale.
Il Codex Alimentarius (Codice o Legge Alimentare) ovviamente non è estraneo a tutto ciò, con l’aggravante che qui stanno controllando una delle cose più importante per la salute umana: l’alimentazione!
Il settore alimentare è indubbiamente anche tra i più interessanti dal punto di vista economico: secondo la FAO infatti i fatturati annui si aggirerebbero attorno ai 400 miliardi di dollari.[3]
Detto tra noi, il Codex è un sistema intergovernativo, o per meglio dire, il Sistema Sovranazionale che codifica e controlla l’alimentazione planetaria.

Un po’ di storia
Il Codex è stato creato ufficialmente nel 1963 sotto l’egida, cioè sotto le ali protettive della F.A.O. (Food and Agricolture Organization)  e dell’O.M.S. (Organizzazione Mondiale della Sanità).[4]

Cosa comprende il Codex?[5]
- Norme per i prodotti alimentari;
- Codici di igiene;
- Valutazione dei pesticidi;
- Limiti dei residui di pesticidi;
- Linee guida dei contaminanti;
- Valutazione degli additivi alimentari;
- Valutazione dei farmaci in veterinaria.

In pratica controlla il cibo dalla produzione, alla trasformazione, al trasporto fino a quando arriva nel piatto e per ultimo nel nostro intestino. Dal punto di vista storico però il Codex non è nato nel 1963, ma è stato un passaggio lento e inesorabile, iniziato molto tempo fa.
Nel 1903 per esempio la I.D.F. (International Dairy Federation), cioè la Federazione Internazionale delle Latterie, ha sviluppato degli standard internazionali per il latte e i derivati.[6]
Proprio questa Federazione è stata un catalizzatore importante per la concezione del Codex Alimentarius.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, nel 1945 nasce la FAO con lo scopo ufficiale di gestire e controllare la nutrizione e le norme alimentari internazionali, (il vero intendimento è controllare le popolazione mediante il controllo degli alimenti!)[7]

Nel 1948 viene creata l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) con lo scopo di salvaguardare la salute globale e in particolare di stabilire norme alimentari (il vero intendimento è controllare le popolazione mediante il controllo e gestione della malattia!).[8]
Nel 1949 l’Argentina propone agli Stati latinoamericani un codice alimentare, il Còdigo Latino-Americano de Alimentos.[9]
Nel 1954-1958 l’Austria persegue attivamente la creazione di un codice alimentare regionale, il Codex Alimentarius Europaeus.[10]
Iniziano nel 1960 i primi congressi internazionali in seno alla FAO e all’Organizzazione Mondiale della Sanità (due strumenti importanti nelle mani dell’elite economico-finanziaria che controlla il Sistema) proprio per cercare di stabilire quelle norme che alcuni paesi richiedevano insistentemente.[11]

L’anno successivo, nel novembre del 1961, con il supporto dell’OMS, la Commissione Economica Europea (ECE), l’Organizzazione per la Cooperazione Economica e lo Sviluppo (OCSE) ed il Consiglio del Codex alimentarius Europaeus, l’undicesimo congresso della F.A.O. stabilisce il Codex Alimentarius e crea un programma di norme alimentari internazionali.[12]
Finalmente nel maggio del 1963, la sedicesima Assemblea Mondiale della Salute (World Health Assembly)  ha adottato lo statuto della Commissione del Codex Alimentarius.[13]
Ufficialmente nasce il Codex, ma come si può evincere da questi passaggi storici, non è certamente arrivato dal cielo, di punto in bianco.

I Comitati del Codex
All’interno di questo Codice ci sono nove comitati (i centri di Potere del Codex), detti “orizzontali“, il cui lavoro viene applicato ai campioni di tutto il mondo:[14]

- Comitato dei Principi Generali, con sede in Francia;
- Comitato delle Etichettature Alimentari, con sede in Canada;
- Comitato dei Metodi di Analisi e Campionatura, con sede in Ungheria;
- Comitato di Igiene Alimentare, con sede in USA;
- Comitato dei Residui di pesticidi, con sede in Olanda;
- Comitato degli Additivi Alimentari e Contaminanti, con sede in Olanda;
- Comitato di Ispezione Import/Export e Sistemi di Certificazione, con sede in Australia;
- Comitato di Nutrizione e Alimenti Dietetici, con sede in Germania;
- Comitato dei Residui negli Alimenti dei farmaci veterinari, con sede in USA

Oltre a questi importanti nove Comitati, ce ne sono altri tredici, questa volta definiti “verticali”, che hanno la responsabilità di sviluppare standard per specifici alimenti o classi di alimenti:[15]

- Comitato dei Grassi e Oli, con sede in Inghilterra;
- Comitato del Pesce e prodotti ittici, con sede in Norvegia;
- Comitato del Latte e Prodotti lattei (presso la FAO /WHO), con sede in Nuova Zelanda;
- Comitato della Frutta Fresca e Verdura, con sede in Messico;
- Comitato del Cacao e prodotti a base di cioccolata, con sede in Svizzera;
- Comitato dello Zucchero, con sede in Inghilterra;
- Comitato della Frutta e Verdura trasformate, con sede in USA;
- Comitato delle Proteine Vegetali, con sede in Canada;
- Comitato dei Cereali e Legumi, con sede in USA;
- Comitato dei Prodotti di Carne e Pollo, con sede in Danimarca;
- Comitato delle Zuppe e Brodi, con sede in Svizzera;
- Comitato per l’Igiene della Carne, con sede in Nuova Zelanda;
- Comitato sulle Acque Minerali naturali, con sede in Svizzera.

Molto interessante notare come il Comitato responsabile dei prodotti a base di cioccolata abbia sede proprio nella capitale mondiale della cioccolata; come pure il Comitato di gestione delle acque minerali ha sede nel medesimo paese che da i natali – sempre per pura casualità – a società come la Nestlé.
Questa piccola transnazionale elvetica oltre a gestire la trasformazione della cioccolata, controlla circa trenta marchi di acque minerali (Panna, Vera, Evian, Lievissima, Pejo, Terrier, Recoaro, San Pellegrino, San Bernardo, ecc. ecc.).
Altrettanto interessante è venire a conoscenza che all’interno del Codex, la gestione mondiale (questa volta per i “comitati orizzontali”) dell’igiene alimentare è statunitense.

Dico questo perché nel paese dell’American Dream’s, o meglio nel paese dell’“American Nightmare”, il grande e democratico presidente Barack Obama (voluto alacremente dai Poteri Forti) ha creato, a seguito di assurde quanto ridicole intossicazioni alimentari (tipo salmonellosi), un nuovo “Gruppo di Lavoro per l’Igiene Alimentare” (Food Safety Working Group) e sta per darne la direzione a un certo Michael Taylor, un avvocato della Monsanto![16]Non male come conflitto di interesse.
Colui che gestisce la “sicurezza alimentare”, l’igiene degli alimenti in America, lavora per la ditta che da decenni inquina il mondo con sementi transgenici e con prodotti chimici, devasta il pianeta con pesticidi letali, dissangua i poveri contadini con le royalty (il pizzo sulle sementi) e ammala centinaia di milioni di persone con gli ormoni della crescita bovina (che poi arriva in tavola tramite la carne, il latte e tutti i derivati).

Il fine ultimo del Codex
Il Codex da una parte è un’arma micidiale nelle mani delle lobbies agroalimentari, della chimica e farmaceutica (i cui proprietari sono gli stessi delle corporation delle armi, energia, telecomunicazioni, ecc.), dall’altra sarà lo strumento principe del mercato globale, quindi nelle mani della stessa Élite dominante.
Se per esempio il Codex definisce i “supplementi nutrizionali”, gli “integratori vitaminici” come delle “tossine” invece di semplici alimenti, sarà possibile imporre (per legge) una soglia “minima di dannosità”.

E’ proprio quello che è accaduto qualche anno fa, quando il 21 maggio 2004 il Governo italiano ha approvato un decreto legge in attuazione della Direttiva numero 2002/46/CE del “Parlamento Europeo e del Consiglio” teso ad uniformare le discipline degli Stati membri sugli integratori alimentari.[17]
Un esempio per tutti è la Vitamina C (acido ascorbico o sodio ascorbato). “L’apporto giornaliero è ammesso fino al 300% del valore di riferimento”.
Siccome il valore di riferimento (RDA) è un tristissimo 60 mg al giorno (che serve solo a prevenire lo scorbuto), significa che la Direttiva europea – tanto voluta delle lobbies del farmaco – impone un massimo giornaliero di 180 mg di Vitamina C (60 mg x 3 = 180 mg).[18]
Una offesa alla nostra intelligenza, alla memoria del doppio premio Nobel Linus Pauling, il quale ha dimostrato scientificamente l’utilità di grammi giornalieri, e soprattutto un attacco mirato alla nostra salute.

Ecco perché non si trovano più, se non con grande fatica, in erboristeria gli integratori di compresse da 1 grammo di Vitamina C: sono illegali!
Sono stati molto sottili, perché non hanno “imposto per legge” la soppressione delle compresse da 1 grammo , hanno semplicemente abbassato il limite massimo del principio attivo, ed il gioco è fatto.
La medesima cosa avviene nella creazione di nuovi malati: abbassano le soglie (colesterolo, Psa, pressione arteriosa, glucosio, ecc.) et voilà per magia ecco milioni di nuovi consumatori di droghe, cioè di farmaci.
Dietro ovviamente c’è lo zampino del Codex.

Per spiegare invece come tale Codice sarà sempre più lo strumento globalizzante per eccellenza, basta comprendere come funziona il WTO (OMC), l’Organizzazione Mondiale del Commercio.
Il WTO è l’arbitro del commercio internazionale e si rifà proprio al Codex per decidere se un paese può rifiutare oppure no l’importazione di un prodotto alimentare.
Se per esempio la carne statunitense – pregna di ormoni della crescita bovina di sintesi (della Monsanto) – viene accettata (e lo è) dal Codex, il paese o l’unione di paesi (Europa) non potrà più rifiutarne l’importazione.
Cosa che è avvenuta fino ad oggi nel Vecchio Continente e che dal 31 dicembre 2009 potrà cambiare drasticamente.
Tutti i 181 paesi membri del Codex, entro e non oltre il 31 dicembre 2009, non avranno più proroghe: dovranno accettare, per esempio, la Direttivaeuropea vista prima, sulle vitamine e minerali (Direttiva 2002/46/EC).[19]
Che piaccia o non piaccia a noi sudditi europei, entro quest’anno le normative del Codex dovranno essere recepite dai singoli governi firmatari.

Il Codex – visti gli sponsor – non poteva non essere un grande promotore dei prodotti biotech, cioè degli alimenti geneticamente modificati. Siccome tali cibi pericolosi hanno proprio il sigillo Codex, sarà sempre più difficile per un paese proteggere la salute dei suoi cittadini impedendone l’entrata in commercio.
Quindi tutti i prodotti marchiati Codex, che facciano bene alla salute o siano pericolosi, in quanto accettati dall’ente certificatore delle lobbies (appunto il Codex), entreranno nei circuiti di vendita e consumo, e nessun paese potrà rifiutarsi, pena sanzioni.
Non a caso parlo di prodotti “pericolosi per la salute”. L’aspartame (codice 951) per esempio, il dolcificante di sintesi estremamente tossico è un edulcorante così ben accettato dal Codex (nonostante sempre più studi indipendenti lo mettano all’indice) che le soglie di “concentrazione massima” rasentano il ridicolo.

Ecco cosa riporta il sito ufficiale del Codex:

- “Alimenti dietetici” la “concentrazione massima” di aspartame è di 1000 mg/kg di peso;[20]
- “Altri zuccheri e sciroppi”, la “concentrazione massima” è di 3000 mg/Kg di peso;[21]
- “Complementi alimentari” la “concentrazione massima” è di 5500 mg/Kg;[22]
- “Chewing gum” la “concentrazione massima” di aspartame è di 10.000 mg/Kg.[23]

Quindi le comunissime gomme da masticare – deleterie di per sé per la dentizione – possono avere una “concentrazione massima” di aspartame pari a 10 grammi per chilo! Forse il veleno per topi fa meno male.
Per non parlare degli alimenti dietetici, integratori e bevande “free sugar”, ecc.
Questo è il Codex

Ma perché tutto ciò?
La risposta è di una semplicità disarmante: vogliono farci ammalare per controllarci meglio.
Una persona malata non è una persona libera.
E’ risaputo che una integrazione nutrizionale apporta benefici all’organismo. Sono infatti numerosi gli studi pubblicati che lo dimostrano inequivocabilmente: le vitamine sono importantissime per la vita (lo dice il nome stesso Vitamina (Vita + Ammine, quindi composti organici fondamentali per la Vita ).
E’ risaputo invece che le droghe chiamate farmaci e vendute a prezzi assurdi dalle lobbies, sono pericolose per la salute pubblica, e si potrebbero gettare nella spazzatura se una persona adottasse uno stile di vita sano e un’alimentazione non tossica.
Tutti i farmaci di sintesi, anche se apparentemente sembrano curare una malattia, in realtà non curano assolutamente nulla. L’effetto degli antinfiammatori, per fare solo un esempio, è quello di “spegnere” il sintomo (dolore, infiammazione, ecc.) andando a “bloccare” le connessioni nervose. Il problema vero, la causa che ha dato origine al dolore, all’infiammazione non viene contemplata, per cui non può essere risolta.

Per ultimo, tutte le medicine inquinano l’organismo di tossine chimiche: hanno una quantità enorme di effetti collaterali spesso pericolosi. Basta leggere i bugiardini, i foglietti illustrativi, per rendersene conto.
Un’alimentazione sana a base esclusivamente di frutta e verdura biologica o biodinamica, sono le fonti naturali per eccellenza di vitamine e minerali organici.
Modificando geneticamente le piante, gli ortaggi e le verdure in generale, immergendole in pesticidi, crittogamici e antiparassitari, stanno creando degliobbrobri pericolosi per la vita stessa.
Ecco perché le vitamine, i minerali organici, gli alimenti integrali, sono un pericolo per il Sistema a cui sta a cuore la nostra malattia e non la nostra salute.
Per tanto, avere il controllo di questi, significa controllare la salute di miliardi di persone (esattamente il 97% del pianeta), e per ultimo la loro vita.
D’altronde pensiamoci un attimo, se le lobbies del farmaco (tutte società quotate in borsa) dovessero scoprire un medicinale che cura, per esempio il diabete, chi guadagnerà più dalla vendita delle siringhe, dell’insulina, dei farmaci, ecc. per quei 170 milioni di ammalati nel mondo?
Idem per le malattie degenerative, cardiovascolari, cancro, ecc.
E’ ovvio che tali società, lucrando sulla pelle delle persone, non mirano a far scomparire le malattie, ma puntano esattamente al contrario: al loro mantenimento.
Una società costantemente malata è una società facilmente manipolabile.
Il Codex Alimentarius serve proprio a questo.

Cosa possiamo fare?
Possiamo fare molto per invertire tale processo.

- Prima di tutto informiamoci. Fintantoché non sapremo con chi o che cosa abbiamo a che fare, non prenderemo coscienza e non potremo adottare gli strumenti adeguati.

- Una volta presa coscienza è necessario passare all’azione, perché una informazione fine a sé stessa, non serve a nulla.

Se quindi il Sistema ci vuole sempre più malati, per meglio controllarci, dovremo diventare sempre più sani, e per capire come diventare sempre più sani forse è utile comprendere come fanno ad ammalarci.

Esami e screening
Mediante gli esami di massa chiamati screening, le lobbies scovano, senza tanta fatica, ogni anno milioni di nuovi malati: persone oggettivamente sane che di punto in bianco, per via di un esame, un parametro o un valore (scelto da qualcun altro) diventano malate. E si convincono di esserlo perché il medico compiacente o ignorante appoggia tale sistema di cose, con altri esami o con la prescrizione di farmaci.
Pesare attentamente qualsiasi esame è una regola importante. Quando l’esito e il responso sono stati dati, i danni (psicologici ed emotivi) possono essere deleteri. Tenendo conto anche degli innumerevoli “falsi positivi” e falsi negativi” che ogni esame ha.
Un esempio per tutti l’ipercolesterolemia. Il livello di colesterolo totale viene costantemente abbassato: oggi è 200 mg/dL di sangue (anche se c’è già chi spinge per 190 mg/dL), ma negli anni ’80 era addirittura 280 mg/dL.
Basta a questo punto informarsi adeguatamente per comprendere la truffa enorme messa in atto dalle case farmaceutiche per vendere statine (non a caso farmaci usati da 80 milioni di persone nel mondo) e controllare la vita di centinaia di milioni di persone.
Lo stesso dicasi per l’ipertensione arteriosa, il diabete, ecc. ecc.
Lo screening (mammella, prostata, mappatura dei nei, ecc.) è il sistema per cercare il malato nel sano!
E lo trovano sempre.

Alimentazione
Siamo fatti “anche” da ciò che mangiamo. Viene da sé che la qualità dei cibi e il come li combiniamo tra loro, sono di estrema importanza per la nutrizione cellulare.
Mangiando cibi spazzatura, cibi industriali, come quelli che riempiono gli scaffali nei supermercati, pregni di chimica, additivi, aromi, coloranti, ecc. è normale che il corpo prima o poi ne risentirà.
E’ solo questione di tempo e il tempo è galantuomo: sa attendere.
Alimentandosi saggiamente con frutta e verdura di stagione e ogni tanto con qualche cereale integrale biologico, nelle giuste e corrette combinazioni, lasciamo all’organismo tutte le energie (che altrimenti sarebbero dirottate e indirizzate per smaltire tossine, veleni, proteine, ecc.) per mettere in atto processi di autoguarigione.
Durante la notte il corpo assimila i nutrienti dal cibo mangiato precedentemente, mentre la mattina, dalle 4 alle 11, espelle tutte le tossine (lingua con patina bianca, per es.).
Diventa importante di notte dormire bene in una camera bonificata dalle onde elettromagnetiche, eliminando dalle vicinanze del letto tutto ciò che emana onde: cordless, cellulare, radiosveglia, lampada alogena, ecc.
Utile anche di mattina, almeno fino alle 11, bere liquidi e mangiare solamente frutta, così da non bloccare il processo di espulsione delle tossine.

Spegnere la televisione
Un’altro strumento potente per condizionare e controllare le masse è la paura.
Il megafono principe della paura è la televisione.
Teniamola spenta il più possibile, soprattutto quando si sta mangiando.
Il rituale del pasto è sacrosanto e va consumato nella totale tranquillità interiore ed esteriore. Se mangiamo con immagini e notizie di violenza, stupri, terremoti, eutanasia, incidenti, cani impazziti, ecc. anche i cibi che mangiamo saranno inquinati da tossine emozionali, deleterie quanto quelle fisiche.

Produttori locali
Centinaia di migliaia di aziende agricole in tutta Italia hanno chiuso i battenti nell’ultimo periodo a causa della crisi economica. Crisi strumentale e veicolata dall’Élite.
Oggi queste aziende sono quasi tutte nelle mani delle banche e saranno acquistate dai grossi gruppi industriali per qualche spicciolo (esattamente come avvenne nel 1929).
Visto che abbiamo ancora la possibilità di scegliere, indirizziamo i nostri acquisti verso quei piccoli produttori locali (anche se non certificati, ma che non utilizzano chimica di sintesi) che altrimenti finirebbero schiacciati e spazzati via dalla globalizzazione.
Evitiamo quanto più possibile la grande distribuzione, aderiamo ai sempre più crescenti Gruppi di acquisto solidali (GAS), e premiamo coloro che lavorano bene (senza chimica), con passione e amore, anche se non possono vantare le certificazioni biologiche.

Marcello Pamio / 15 aprile 2009

fonte: www.disinformazione.it

link: http://www.disinformazione.it/codex_alimentarius.htm

[1] Codex Alimentarius http://www.codexalimentarius.net/web/index_en.jsp
[2] World Health Organization www.who.int/foodsafety/codex/general_info/en/index3.html
[3] “Codex and the international food trade”, www.fao.org/docrep/w9114e/W9114e06.htm#TopOfPage
[4]
Codex Alimentarius www.codexalimentarius.net/web/index_en.jsp
[5] “The Codex achievement”, FAO, www.fao.org/docrep/w9114e/W9114e02.htm#TopOfPage
[6] “Origins of the Codex Alimentarius”, http://www.fao.org/docrep/w9114e/W9114e03.htm#TopOfPage
[7] Idem
[8] Idem
[9] Idem
[10] Idem
[11] Idem
[12] Idem
[13] Idem
[14] “The Codex system: FAO, WHO and the Codex Alimentarius Commission”, http://www.fao.org/docrep/w9114e/W9114e04.htm#TopOfPage
[15] Idem
[16] “Tutto il potere alla Monsanto”, Maurizio Blondet, www.effedieffe.com/content/view/6991/171
[17] “Cambia la norma sugli integratori alimentari”, www.laleva.org/it/2004/06/cambia_la_norma_sugli_integratori_alimentari.html
[18] Gazzetta Ufficiale delle Comunità Europee L. 183/51, del 10 giugno 2002, www.ministerosalute.it/resources/static/news/591/documento1.pdf
[19] “Food Safety – From the farm to the risk” European Commission http://ec.europa.eu/food/food/labellingnutrition/supplements/index_en.htm
[20] Codex Alimentarius http://www.codexalimentarius.net/gsfaonline/additives/details.html?id=90
[21] Idem
[22] Idem
[23] Idem