Gli Ogm sono tra noi

Fonte: L’espresso – articolo di Tommaso Cerno

OGM_maisInvisibili. Nascosti. Ce n’è sugli scaffali dei supermarket. Protetti dalle concentrazioni minime che non obbligano a dichiararli sull’etichetta. O trasformati in proteine nei gelati del futuro, che non si sciolgono e non si congelano mai. Occultati fra farine e bevande di soia, le stesse che ogni giorno passano i confini schivando i controlli. E soprattutto serviti quotidianamente nelle stalle, dove il menù di mucche, maiali, polli e tacchini è sempre più Ogm: geneticamente modificato. Ogni anno negli allevamenti italiani si consumano quasi 4 milioni di tonnellate di soia transgenica, un quarto del fabbisogno totale. Stessa cosa vale per il mais, pur in percentuale minore. Numeri sconosciuti ai più, che circolano solo fra gli addetti ai lavori. Così come pochi sanno che con quegli stessi animali si producono anche i grandi marchi Dop del made in Italy: dal Parmigiano al Grana, fino al prosciutto di San Daniele. Senza bisogno di scriverlo da nessuna parte, senza l’obbligo di informare chi compra. È così che l’Ogm si diffonde, fa concorrenza all’agricoltura tradizionale, si infiltra nella nostra dieta. Sì, perché lo scontro che vede l’agguerrito ministro delle Politiche agricole Luca Zaia, schierato per il no alle colture biotech, riguarda solo il divieto di seminare mais e soia ottenuti in provetta. Ancora proibiti nei campi, ma già legali sulla tavola degli italiani.

DALLA STALLA ALLA CUCINA

È il pasto di Frankenstein, denuncia la Coldiretti. Vegetali col genoma modificato. Un rebus genetico difficile da decifrare, i cui effetti sulla salute non saranno chiari prima di molti anni. Nossignore, ribattono a Confagricoltura: quei prodotti sono l’ambrosia del Terzo millennio. Frutti high-tech e supernutrienti, piante che prevengono i tumori, proteine con proprietà farmaceutiche capaci di resistere a sbalzi climatici e parassiti. Alle ricerche americane che mostrano come gli Ogm facciano bene, il fronte dei contrari risponde con dossier che proverebbero i danni al fegato subiti dai bovini alimentati a quel modo. Mentre la polemica infuria, silenziose quelle tonnellate di mangime con Dna modificato entrano ogni giorno in Italia da Argentina, Brasile e Stati Uniti. Tutto secondo le regole, beninteso. La soia RR o il mais Mon 810 hanno i documenti a posto. Hanno superato i test dell’Efsa di Parma, l’autorità europea per la sicurezza alimentare, per cui possono varcare le frontiere. E finire nelle mangiatoie: dalle stalle produttrici del latte, ai prosciuttifici. Senza l’obbligo di esplicitarlo sulle etichette del prodotto finale. Eppure sono diventati il piatto forte delle 43 mila stalle italiane: incidono per il 10 per cento sulla dieta dei suini, addirittura il triplo per i bovini. Con un risparmio fra il 20 e il 30 per cento. Messa così saranno presto una strada obbligata, se si vuole reggere alla concorrenza globale: “Senza questi mangimi l’Italia non sarebbe in grado di soddisfare il fabbisogno degli allevamenti”, spiegano all’Anacer, l’associazione nazionale dei cerealisti che rappresenta un centinaio di importatori. Già oggi. E Nomisma prevede che nel 2013 andrà ancora peggio: il mais non Ogm calerà del 70 per cento. Vuol dire che ne circoleranno meno di 26 milioni di tonnellate, quando già adesso il doppio non basta. Inevitabile sarà l’aumento di prezzo di 4 euro ogni cento. “Produrre i mangimi convenzionali è costosissimo. Ecco perché l’Ogm è diventato indispensabile anche nelle filiere che producono Dop”, dicono all’Assozoo, che riunisce i maggiori produttori italiani di mangimi. Trovare soia non Ogm, poi, è quasi impossibile. “La produzione futura di uova e pollame biologici è a rischio”, denuncia Martin Humphrey, portavoce di una fra le più importanti ditte di mangimistica: “Non credo che nel 2012 ci saranno più mangimi non Ogm. Bisogna che i consumatori lo sappiano”.

IL FALSO OGM-FREE

ogm_freeDalla stalla al piatto il passo è breve. Anche se non sembra. Se fai un giro fra gli scaffali dei supermercati l’etichetta Ogm, in effetti, è molto rara. La si trova ogni tanto sull’olio di semi per friggere. E poco altro. Ma le cose non stanno proprio così. Le multinazionali commissionano sondaggi continui e sanno bene che l’80 per cento degli italiani si schiera ancora contro i cibi transgenici. Magari senza sapere bene di cosa si parli, visto che quattro adulti su dieci non conoscono nemmeno il significato della sigla. E così i brand mondiali preferiscono non rischiare e restare sotto soglia. Tanto, fino allo 0,9 per cento di concentrazione nelle merendine, nei crackers, nel lievito o nella panna di soia, come di ogni prodotto in vendita in Italia, sulla confezione non serve scrivere Ogm.

Il limite è definito dai tecnici che spie come le macchine non riescono a identificare sostanze mutate sotto quella soglia, e aggiungono che durante i trasporti o nei magazzini un rischio minimo di contaminazione, di fatto, c’è e quello 0,9 mette al sicuro dal caso. Ma a chi riempie il carrello della spesa, non basta evitare alimenti a base di mais e soia, perché l’ingrediente biotech può nascondersi nei derivati. Amido, semola, fruttosio, glucosio. Tutte sostanze che il consumatore non riconosce come a rischio. È la grande contraddizione denunciata da Confagricoltura: “Il sì o il no all’Ogm sono un falso problema. Il paradosso italiano prevede l’import e l’uso dei derivati di mais e soia transgenici, ma allo stesso tempo vieta ai produttori di accedere a queste innovazioni”, ripete il presidente Federico Vecchioni. Al punto che in Italia è esploso il fenomeno opposto: sempre più spesso in etichetta compare il bollino “Ogm free”. La prova, secondo il marketing, che si sta mangiando naturale. Ma non è sempre vero. “Dovrebbe essere possibile etichettare a quel modo solo a fronte di controlli precisi della filiera”, spiega Franca Braga di Altroconsumo: “Che non sempre si fanno”. Questo sembra oggi il tema vero sul piatto: si fanno pochi controlli e il consumatore non sa se sta comprando alimenti modificati, in una qualche fase della loro produzione, o no. E le verifiche fatte dai tecnici del ministero della Salute, che mette in atto il piano di controllo sulla presenza di organismi geneticamente modificati negli alimenti, dimostrano che sostanze modificate negli alimenti in vendita in Italia ci sono, eccome. Nel potenziale paniere transgenico c’è un po’ di tutto: l’amido di mais, presente nelle farine e nella pasta, le bevande di soia, i budini, le creme salate, i fiocchi di cereali, gli integratori dietetici. Perfino pane, latte, impasti per dolci e snack salati.

Fino ai prodotti bio come il tofu, che spadroneggia nelle bioteche. Nel 2008 il ministero ha controllato un migliaio di alimenti e il 4,3 per cento risulta positivo al test: è vero che spesso l’Ogm presente è al di sotto della soglia dello 0,9, ma in molti obiettano che l’esistenza di un limite tecnico sotto il quale non si vede la mutazione non è garanzia che quella mutazione sia irrilevante. Non solo: i furbetti del transgenico si moltiplicano quando i controlli si spostano alle frontiere. Sui Tir in ingresso, un campione di alimenti su 10 presentava tracce di Ogm. Tantissimi. Anche il ministero parla di “riscontro significativo “, eppure i controlli restano insufficienti: solo 54 durante l’anno. “È per questo che chiediamo l’etichettatura completa dei prodotti su carni, formaggi e derivati. Il consumatore deve sapere tutto su ciò che acquista e mangia. È una mancanza grave di trasparenza “, spiega ancora Altroconsumo: “I controlli sono difficili, lunghi e ancora troppo pochi per avere la certezza che quello che finisce in tavola sia davvero Ogm free”. Le Asl ci stanno provando. Già nel triennio 2009-2011 si prevede di intensificare le verifiche, soprattutto alle ex dogane da cui proviene il grosso degli alimenti a rischio. Anche perché se in Italia produrre Ogm è vietato, in Europa siamo circondati: Spagna, Repubblica Ceca, Portogallo, Germania, Slovacchia, Romania e Polonia coltivano regolarmente mais transgenico. Migliaia di ettari, destinati ad aumentare negli anni.

IL VENTO DEL NORD

Doveva adeguarsi anche l’Italia e sdoganare l’agricoltura transgenica. La firma dell’accordo Stato-Regioni per definire i paletti era attesa a fine gennaio. Invece dal ministro Zaia è arrivato un altro rinvio. Troppi dubbi sulle linee guida per la coesistenza tra colture convenzionali, biologiche e geneticamente modificate. In altre parole non c’è accordo su come impedire che i semi transgenici contaminino i campi ancora al naturale. Così da Vivaro, un paesino alle porte di Pordenone, è partita la sfida al governo. La guida un contadino friulano, Silvano Dalla Libera, che ha spento il trattore e s’è rivolto al giudice. Ricorsi, controricorsi fino al Consiglio di Stato che gli ha dato ragione: è un suo diritto seminare mais Ogm e il ministero dovrà autorizzarlo entro il 19 aprile. Una bomba a orologeria per Zaia, in corsa per la poltrona di governatore del Veneto, che promette di impugnare la sentenza e fermare il contadino biotech pronto, invece, a seminare il primo campo Ogm al confine fra Veneto e Friuli. Con lui altri mille soci di Futuragra, forti di un sondaggio Demoskopea che dimostrerebbe come da quelle parti ben il 53 per cento degli agricoltori si dica pronto a seguire l’esempio: “Ho dovuto arrivare a 63 anni per farmi il primo campo transgenico. Negli Stati Uniti vidi con i miei occhi la soia Ogm già 20 anni fa e mi dissi: dove vogliamo andare con le nostre zappe?”, racconta Dalla Libera che ha inviato una lettera aperta al premier Berlusconi. Il Friuli Venezia Giulia resta a guardare. L’ex governatore Riccardo Illy s’era detto favorevole nel 2005 all’avvio delle sperimentazioni, pronto a divorare una polenta transgenica alzando un calice di vino. Così farà anche il successore Renzo Tondo del Pdl: “Non vedo contraddizioni fra la tutela del prodotto locale e l’Ogm. Possono avere spazi e funzioni diversi. Da una parte coltiviamo l’alimento di qualità, dall’altra Ogm, magari per produrre energia alternativa. Zone separate, regole, rispetto reciproco”.

Il problema di Tondo non sarà tanto il vento elettorale, che soffia in poppa alla Lega contraria al suo progetto. Quanto la brezza di montagna. Perché dal campo di Silvano Dalla Libera i semi di mais Ogm voleranno dappertutto, dando avvio anche in Italia alla “ contaminazione” che Coldiretti denuncia come rischio globale. Basta farsi una cinquantina di chilometri verso il mare. A Fossalon, nella laguna di Grado, Massimo Santinelli coltiva soia biologica. È titolare della Biolab e da vent’anni commercia tofu nel Nord-est. “La mia soia è naturale al 100 per cento, effettuo controlli alla semina, durante il raccolto e sul prodotto finito. Se danno il via libera ai campi Ogm, non potrò più avere certezze. Chi risponderà dei danni?”. Nessuno lo dice. Anche perché il rovescio della medaglia è che i contadini-tech sono pronti a fare altrettanto. E chiedere un risarcimento di 200 milioni di euro se lo stop agli Ogm rovinasse il loro raccolto: “La contaminazione? La subiremo noi, quando le piante robuste e perfette verranno contaminate da mais malato”. Si annuncia battaglia. Anche perché Federconsumatori è pronta a ricompattare la coalizione anti-Ogm che già nel 2007 si mobilitò per indire un referendum.

SUPER-GELATO ARTICO


Ci aggiungi il super-gelato del futuro, che dall’estate scorsa può circolare nei 27 paesi della Ue e la zona grigia degli Ogm nascosti s’allarga ancora. Si chiama cono “very strong”, realizzato con un gene rubato a un pesce artico, capace di renderlo resistente alle temperature polari. Puoi metterlo in un frigo a bassissime temperature e resta cremoso. Eppure, sebbene la proteina Isp con cui si produce derivi da un lievito geneticamente modificato, l’etichetta Ogm non è obbligatoria: “È esonerato perché l’elemento transgenico usato per la produzione viene rimosso dal prodotto finale”, denuncia la Fondazione diritti genetici. Non è considerato un ingrediente. Non c’è scritto da nessuna parte. Chi mangia non lo sa. E i casi sono sempre di più.

La dieta carnea: informazioni su cui riflettere

Globalizzazione della sostenibilità

attività in stallaUno degli aspetti che forse sfuggono ai più è che il dissennato sfruttamento dell’ambiente che l’umanità mette in atto, non mette a rischio il pianeta su cui viviamo.

Si può notare che sentiamo spesso parlare di “pianeta a rischio”, di “fine del mondo”, di “natura a rischio”, ma dietro a queste parole è nascosta una sottile falsità, una mistificazione significativa, purtroppo in molti casi anche inconsapevole: la terra e la vita su di essa, in qualche modo, sotto qualche forma, continueranno ad esistere, a prescindere dal comportamento irresponsabile dell’umanità. A rischio è “solo” la specie umana. E’ un concetto semplice quanto incompreso. E’ l’uomo che mette a rischio se stesso, o meglio la sua specie.

C’è qualcosa di perverso e terribile in questo: possibile che l’uomo non abbia a cuore nemmeno sé stesso?

Purtroppo è così, e per una semplicissima ragione: l’uomo “non spirituale” non ha ancora capito che il mondo è stato, è, e sarà, il mezzo unico e necessario alla sua anima, nelle susseguenti e molteplici vite, per evolvere. L’uomo, materialistico e miope, vede solo il tornaconto della sua presente esperienza, e intende massimizzare l’accumulo di agi e ricchezze fini a se stessi in una sola breve vita: quale miserevole intento!

Vorrei proporre in queste pagine un breve excursus di come l’uomo metta in atto il suo –”relativamente inconsapevole”- disegno di autodistruzione, partendo da considerazioni sui principali meccanismi in atto, sul come tali automatismi siano vicini ad ognuno di noi occidentali, su quanto sarebbe possibile fare per modificare il tragico andamento, per giungere infine a considerazioni che possano dare una collocazione spirituale a tutto il tema. Un tema la cui importanza è tale da richiedere la più grande attenzione che ognuno di noi, abitanti del “primo mondo”, possa dedicarvi.

Una delle espressioni più efferate dello sfruttamento che l’umanità impone al pianeta ci riguarda molto da vicino. Ma questa vicinanza ad ognuno è un fatto positivo, in quanto -come vedremo- ognuno di noi è, o meglio, sarebbe, in grado di fare qualcosa per il suo pianeta. Si tratta dell’uso di carne per l’alimentazione umana.

I veri costi dell’alimento carneo

L’economista Jeremy Rifkin, scrittore, docente alla Wharton School of Finance and Commerce e presidente della Foundation on Economic Trends e della Greenhouse Crisis Foundation, uno dei più famosi “teorici” no-global, ha scritto un famoso libro: Ecocidio, ascesa e caduta della cultura della carne, (Mondadori), nel quale con mirabile acume analizza il costo che ha per l’umanità questa “attitudine”, sviluppatasi esponenzialmente nell’ultimo secolo.

La tesi iniziale di Rifkin è significativa: sono due miliardi gli uomini che soffrono la fame. Il numero potrebbe decrescere ma, come al solito, l’interesse dei pochi (potenti) prevale sul destino dei molti (fragili).

Egli illustra come il “racket dell’Hamburger”, assorbendo il 36 per cento della produzione mondiale di grano per l’allevamento del bestiame, impedisca di eliminare il problema nella fame nel mondo.

Centinaia di milioni di persone nel mondo lottano ogni giorno contro la fame perché gran parte del terreno arabile viene oggi utilizzato per la coltivazione di cereali ad uso zootecnico piuttosto che per cereali destinati all’alimentazione umana. I ricchi del pianeta consumano carne bovina e suina, pollame e altri di tipi di bestiame, tutti nutriti con foraggio, mentre i poveri muoiono di fame.

Negli ultimi cinquant’anni la nostra società globale ha costruito a livello mondiale una scala di proteine artificiali sul cui gradino più alto ha collocato la carne bovina e quella di altri animali nutriti a foraggio.

Oggi i popoli ricchi, specie in Europa, Nord America e Giappone, se ne stanno appollaiati in cima a questa catena alimentare divorando il patrimonio dell’intero pianeta.

granoIl passaggio avvenuto nel mondo agricolo dalla coltivazione di cereali per l’alimentazione umana a quella di foraggio per l’allevamento degli animali rappresenta una nuova forma di umana malvagità, le cui conseguenze potrebbero essere di gran lunga maggiori e ben più durature di qualunque sbaglio commesso in passato dall’uomo contro i suoi simili. Oggi, oltre il 70 per cento del grano prodotto negli Stati Uniti è destinato all’allevamento del bestiame, in gran parte bovino.

Sfortunatamente, di tutti gli animali domestici, i bovini sono fra i convertitori di alimenti meno efficienti. Sperperano energia e sono da molti considerati le “Cadillac” delle fattorie animali. Per far ingrassare di circa mezzo chilo un manzo da allevamento, occorrono oltre 4 chili di foraggio, di cui oltre 2 chili e mezzo sono cereali e sottoprodotti di mangimi, e il restante chilo e mezzo è paglia tritata.

Questo significa che solo l’11 per cento di foraggio assunto dal manzo diventa effettivamente parte del suo corpo; il resto viene bruciato come energia nel processo di conversione, oppure assimilato per mantenere le normali funzioni corporee, oppure assorbito da parti del corpo che non sono commestibili, ad esempio la pelle o le ossa. Quando un manzo di allevamento sarà pronto per il macello, avrà consumato 1.223 chili di grano e peserà approssimativamente 475 chilogrammi .

Attualmente, negli Stati Uniti, 157 milioni di tonnellate di cereali, legumi e proteine vegetali, potenzialmente utilizzabili dall’uomo, sono destinate alla zootecnia: è una produzione di 28 milioni di tonnellate di proteine animali che l’americano medio consuma in un anno.

Un nuovo fenomeno agricolo

I bovini e il resto del bestiame stanno divorando gran parte della produzione di grano del pianeta. È necessario sottolineare che si tratta di un nuovo fenomeno agricolo, del tutto diverso da quanto sperimentato prima d’ora. Ironicamente, la transizione dal foraggio al mangime è avvenuta senza troppe polemiche, nonostante si tratti di un fatto che ha avuto, nella politica di utilizzo del territorio e di distribuzione alimentare, un impatto maggiore di qualunque altro singolo fattore.

In tutto il mondo la domanda di cereali per la zootecnia continua a crescere perché le multinazionali cercano di capitalizzare sulla richiesta di carne proveniente dai paesi ricchi. Fra il 1950 e il 1985, gli anni boom dell’agricoltura, negli Stati Uniti e in Europa, due terzi dell’aumento di produzione di grano sono stati destinati alla fornitura di cereali d’allevamento per lo più bovino.

Nei paesi in via di sviluppo, la questione della riforma agricola ha periodicamente chiamato a raccolta intere popolazioni di agricoltori, nonché generato sommosse politiche populiste. Tuttavia, mentre le questioni della proprietà e del controllo della terra sono sempre state temi di grande rilevanza, il problema di come la terra venisse utilizzata ha sempre suscitato meno interesse nell’ambito del dialogo politico.

Eppure, è stata la decisione più iniqua della storia quella di usare la terra per creare una catena alimentare artificiale che ha portato alla miseria centinaia di milioni di esseri umani nel mondo. È importante tenere a mente che un acro di terra coltivato a cereali produce proteine in misura cinque volte maggiore rispetto ad un acro di terra destinato all’allevamento di carni; i legumi e le verdure possono produrne rispettivamente 10 e 15 volte tanto.

Le grandi multinazionali che producono semi e prodotti chimici per l’agricoltura, allevano bestiame e controllano i mattatoi e i canali di marketing e distribuzione della carne, hanno tutto l’interesse di pubblicizzare i vantaggi del bestiame allevato a cereali.

La pubblicità e le campagne di vendita destinate ai paesi in via di sviluppo equiparano ed associano all’allevamento di bovini nutriti a foraggio il prestigio di quel dato paese.

Salire la scala delle proteine è diventato un simbolo di successo che assicura l’entrata in un club elitario di produttori che sono in cima alla catena alimentare mondiale. Il periodico americano “Farm Journal” riflette con queste parole i pregiudizi della comunità agro-industriale: “Incrementare e diversificare le forniture di carne sembra essere il primo passo di ogni paese in via di sviluppo”. Iniziano tutti con l’allevamento di polli e con l’installazione di attrezzature per la produzione delle uova: è il modo più veloce ed economico che permette di produrre proteine non vegetali.

Poi, quando le loro economie lo permettono, salgono “la scala delle proteine” e spostano la loro produzione verso carne suina, latte, latticini, manzo nutrito al pascolo. Per poi arrivare, in alcuni casi, al manzo allevato con grano raffinato”.

La scalata alle proteine animali

Incoraggiare altri paesi a salire la scala delle proteine promuove gli interessi degli agricoltori occidentali (americani soprattutto) e delle società agro-industriali. Molti di noi saranno sorpresi di sapere che due terzi di tutto il grano esportato dagli Stati Uniti verso altri paesi è destinato all’allevamento del bestiame più che a soddisfare il fabbisogno di cibo dei popoli.

Molti paesi in via di sviluppo hanno iniziato a salire la scala delle proteine all’apice del boom agricolo, quando la tecnologia della “rivoluzione verde” produceva grano in eccesso. Nel 1971 la Fao suggerì di passare al grano grezzo che poteva essere consumato più facilmente dal bestiame.

Il governo americano incoraggiò ulteriormente i suoi programmi di aiuti all’estero, collegando gli aiuti alimentari allo sviluppo sul mercato dei cereali foraggieri. Società come la Ralston Purina e la Cargill hanno ricevuto finanziamenti governativi a basso tasso di interesse per la gestione di aziende avicole e l’uso di cereali foraggeri nei paesi in via di sviluppo, iniziando queste nazioni al viaggio che le avrebbe condotte verso la scala delle proteine.

Molte nazioni hanno seguito il consiglio della Fao e si sono sforzate di rimanere in cima a questa scala anche dopo che gli eccessi della “rivoluzione verde” erano svaniti. Negli ultimi 50 anni la produzione mondiale di carne si è quintuplicata.

Il passaggio dal cibo al mangime continua velocemente in molti paesi in modo irreversibile, nonostante il crescente numero di persone che muoiono di fame. Le conseguenze di queste trasformazioni – e il significato che hanno per l’uomo – sono state drammaticamente dimostrate da quanto accaduto in Etiopia nel 1984, quando migliaia di persone sono morte di fame.

L’opinione pubblica non era al corrente del fatto che in quel momento l’Etiopia stesse utilizzando parte dei suoi terreni agricoli per la produzione di panelli di lino, di semi di cotone e semi di ravizzone da esportare nel Regno Unito e in altri paesi europei come cereali foraggieri destinati alla zootecnia.

Al momento sono milioni gli acri di terra che nel Terzo mondo vengono utilizzati esclusivamente per la produzione di mangime destinato all’allevamento del bestiame europeo.

Statistiche quanto minimo sconcertanti

Purtroppo, l’80 per cento dei bambini che nel mondo soffrono la fame vive in paesi che di fatto generano un surplus alimentare che viene però per lo più prodotto sotto forma di mangime animale e che di conseguenza viene utilizzato solo da consumatori benestanti. Al momento, uno sconcertante 36 per cento della produzione mondiale di grano è consacrato all’allevamento del bestiame.

Nelle aree in via di sviluppo, dal 1950 ad oggi, la quota-parte di grano destinata alla zootecnia è triplicata ed ora supera il 21 per cento del totale di grano prodotto. In Cina, dal 1960 ad oggi, la percentuale di grano da allevamento è triplicata (dall’8 al 26 per cento). Nello stesso periodo, in Messico, la percentuale è cresciuta dal 5 al 45 per cento, in Egitto dal 3 al 31, ed in Thailandia dall’uno al 30 per cento.

obeso-y-obesaL’ironia dell’attuale sistema di produzione è che milioni di ricchi consumatori dei paesi industrializzati muoiono a causa di malattie legate all’abbondanza di cibo – attacchi di cuore, infarti, cancro, diabete – malattie provocate da un’eccessiva e sregolata assunzione di grassi animali; mentre i poveri del Terzo mondo muoiono di malattie poiché viene loro negato l’accesso alla terra per la coltivazione di grano e cereali destinati all’uomo.

Le statistiche parlano chiaro: sarebbero 300 mila gli americani che ogni anno muoiono prematuramente a causa di problemi di sovrappeso. Un numero destinato ad aumentare.

Secondo gli esperti, nel giro di qualche anno, se continuano le attuali tendenze, sempre più americani moriranno prematuramente più per cause di obesità che per il fumo delle sigarette.

Attualmente il 61 per cento degli americani adulti è in sovrappeso. Ma contrariamente a quanto si crede, gli americani non sono i soli ad essere grassi. In Europa, oltre la metà della popolazione adulta fra i 35 e i 65 anni ha un peso superiore al normale. Nel Regno Unito il 51 per cento della popolazione è in sovrappeso e in Germania si registra un eccedenza di peso nel 50 per cento degli individui. Anche nei paesi in via di sviluppo, fra le classi più abbienti della società, il numero degli obesi va velocemente crescendo.

Il Who (World Health Organization) sostiene che la ragione principale di tutto ciò è “l’assunzione di cibi ad alto contenuto di grassi la predilezione dell’ “hamburger life style”. Secondo il Who, il 18 per cento della popolazione dell’intero globo è obesa, più o meno quante sono le persone denutrite. Mentre i consumatori dei paesi ricchi letteralmente fagocitano se stessi fino alla morte, seguendo regimi alimentari carichi di grassi animali, nel resto del mondo circa 20 milioni di persone l’anno muoiono di fame e di malattie collegate.

Ma i consumatori di carne non sanno né vogliono sapere

Secondo le stime, la fame cronica contribuisce al 60 per cento delle morti infantili. Il consumo di grandi quantità di carne, specie quella di bovini nutriti a foraggio, è visto da molti come un diritto fondamentale e un modo di vita. La società dell’hamburger di cui fanno parte anche persone alla disperata ricerca di un pasto al giorno non viene mai sottoposta al giudizio della pubblica opinione.

I consumatori di carne dei paesi più ricchi sono così lontani dal lato oscuro del circuito grano-carne che non sanno, né gli interessa sapere, in che modo le loro abitudini alimentari influiscano sulle vite di altri esseri umani e sulle scelte politiche di intere nazioni.

Il punto è questo.

A Roma nel giugno 2002 si è svolto l’ultimo “vertice mondiale sull’alimentazione” organizzato sotto l’egida della FAO (Food and Agricultural Organization) Ma cosa succede in questi faraonici summit sulla fame nel mondo?

- Si parla molto di come incrementare la produzione alimentare.

- Le società bio-tecnologiche fanno propaganda ai loro “super semi” geneticamente modificati.

- I paesi del G-7 e le Organizzazioni non governative parlano della necessità di estendere gli aiuti alimentari.

- Gli stati del Sud del mondo chiedono accordi più equi per il commercio globale e di come assicurare prezzi più alti per le proprie merci e i propri prodotti.

- Si discute persino della necessità di una riforma agricola nei paesi poveri.

Ma il tema assente dal panorama dei dibattiti sono le abitudini alimentari dei consumatori dei paesi ricchi che preferiscono mangiare prodotti animali pieni di grassi e altri cibi al top della catena alimentare globale, mentre i loro fratelli del Terzo mondo muoiono di fame perché gran parte del terreno agricolo viene utilizzato per la coltivazione di cereali destinati agli animali.

Da troppo tempo ormai si attende una discussione globale su come meglio promuovere una dieta vegetariana diversificata, ad alto contenuto di proteine e adatta all’intera umanità. Purtroppo invece, quando i delegati terminano gli incontri giornalieri previsti nei summit e si siedono a tavola, la vera politica dell’alimentazione è seduta lì ed è proprio di fronte ai loro occhi, nei loro piatti, abbondanti di carne…

Chi mangia carne consuma le risorse della terra quattro volte di più di chi non lo fa

Possiamo fare qualcosa in prima persona per sfruttare di meno le risorse della terra: cominciare ad essere vegetariani.

Potrebbe parere un affermazione troppo forte, una sorta di diktat, ma è tutt’altro che così. Si tratta solo della conseguenza di una auspicabile consapevolezza, di elevare –come per altro previsto dal Grande Piano Evolutivo di cui ognuno di noi fa parte- il livello di coscienza. Quando si mangia una bistecca bisognerebbe essere consapevoli.

Consapevoli dei liquami che filtrano nelle falde acquifere, delle foreste disboscate, del deserto conseguente, dell’anidride carbonica e del metano che intrappolano il globo in una cappa calda.

Ogni bistecca equivale a 6 metri quadrati di alberi abbattuti e a 75 chili di gas responsabili dell’effetto serra.

Consapevoli anche delle tonnellate di grano e soia usate per dar da mangiare alla fonte delle bistecche.

Consapevoli degli 840 milioni di persone nel mondo hanno fame e dei 9 milioni che ne hanno tanta da morirne.

Consapevoli che il 70% di cereali, soia e semi prodotti ogni anno negli Usa serve a sfamare animali. Non uomini.

Tale consapevolezza dovrebbe portarci a comprendere che mangiare meno carne, o magari non mangiarne affatto, non è più solo un segno di rispetto per gli animali è una scelta sociale. Una scelta solidale con chi ha fame e con il futuro del pianeta.

Un pianeta sovraffollato che si trova sempre più vicino alla profezia dell’economista Malthus, che già due secoli fa ammoniva:

“Arriverà il giorno in cui la pressione demografica avrà esaurito la capacità della terra di nutrire l’uomo.”

Ed è questo il più significativo elemento che emerge dai dati sull’impatto ambientale ed economico dell’alimentazione carnivora. Carne come alimento = sofferenza per gli uomini e per il pianeta

Durante il vertice mondiale sull’alimentazione della FAO di cui abbiamo già accennato, questi temi sono stati sostenuti dalla Global Hunger Alliance, una coalizione internazionale non-profit che promuove soluzioni ecologiche ed equo solidali per risolvere il problema della fame nel mondo. Al suo appello (www.ebasta.org, www.progettogaia.org) hanno aderito movimenti da 30 Paesi del Nord e del Sud del mondo.

Dall’Italia, vegetariani, ambientalisti e difensori degli animali si sono associati con la campagna “Contro la fame un’altra alimentazione è possibile” (www.novivisezione.org).

Cosa chiedevano?

All’Unione Europea di disincentivare gli allevamenti intensivi e mangiare meno carne, e alla FAO di scoraggiare il trasferimento della zootecnia intensiva nei Paesi in via di sviluppo.

Ma perché?

Perché il nostro pianeta viene saccheggiato per perseguire quello che è un vero e proprio business collegato alla soddisfazione di un piacere, alla gola di tanti umani ricchi e ben pasciuti.

Non si starà ad approfondire più di tanto, in questa sede, ad obiezioni sulla necessità della carne per l’alimentazione umana. Chi vuole può approfondire l’argomento con la massa ormai enorme di notizie, libri, siti e quant’altro, che affermano quanto sia migliore e salutare questa dieta, nonché quanto siano infondate le teorie che sostengono come solo la carne contenga le proteine utili all’uomo e che la sua carenza renda più deboli.

Che non sia così potrebbe essere intuito facilmente anche solo da semplici considerazioni sull’alimentazione necessaria agli animali che ci forniscono tali proteine, o dal fatto che elefante e cavallo sono gli animali più forti e resistenti alla fatica…

Altri dati che fanno pensare (1)

Ogni volta che addentiamo un hamburger si perdono venti o trenta specie vegetali, una dozzina di specie di uccelli, mammiferi e rettili.

Dal 1960 a oggi, oltre un quarto delle foreste del Centro America è stato abbattuto per far posto a pascoli; in Costa Rica i latifondisti hanno abbattuto l’80% della foresta tropicale e in Brasile c’è voluto l’omicidio di Chico Mendes, il raccoglitore di gomma assassinato dagli allevatori per una disputa sull’uso della foresta pluviale, per accorgersi dell’esistenza di una “bovino connection”. In Amazzonia la foresta pluviale è stata divorata da 15 milioni di ettari di pascolo, eppure è in questo habitat che dimora il 50% delle specie viventi e da qui deriva un quarto di tutti i farmaci che usiamo.

Dove prima c’erano migliaia di varietà viventi ora ci sono solo mandrie.

“Vacche ovunque”, scrive Rifkin nel suo “Ecocidio“:

“attualmente il nostro pianeta è popolato da ben oltre un miliardo di bovini. Quest’immensa mandria occupa, direttamente o indirettamente, il 24 per cento della superficie terrestre e consuma una quantità di cereali sufficiente a sfamare centinaia di milioni di persone”.

Per farvi posto occorre terreno da pascolo e deforestazione per creare pascoli significa desertificazione.

Dopo tre, al massimo cinque anni, il suolo calpestato e divorato da milioni di bovini (ogni capo libero ingurgita 400 chili di vegetazione al mese!) ed esposto a sole, piogge e vento, diventa sterile e i ruminanti si devono spostare dissacrando altri ettari di foresta.

Ci vorranno da 200 a mille anni perché quei terreno ritorni fertile. Ma non basta: un quarto delle terre emerse vengono usate per nutrire il bestiame.

E che dire dell’acqua? Quasi la metà dell’acqua dolce consumata negli States è destinata alle coltivazioni di alimenti per il bestiame: e’ stato calcolato che un chilo di manzo si beve 3.200 litri d’acqua. Il risultato è che le falde acquifere del Mid-West e delle Grandi Pianure statunitensi si stanno esaurendo.

Non solo: l’allevamento richiede ingenti quantità di sostanze chimiche tra fertilizzanti, diserbanti, ormoni, antibiotici: “tutti prodotti dalle stesse, poche, multinazionali che detengono il monopolio dei semi usati per coltivare cereali e legumi destinati ad alimentare il bestiame”, fa notare Enrico Moriconi, veterinario e ambientalista, nelle pagine del suo “Le fabbriche degli animali” (Edizioni Cosmopolis).

“Ogni anno in Europa”, incalza Marinella Correggia, attivista della Global Hunger Alliance e autrice, per la LAV , di “Addio alle carni”, “gli animali da allevamento consumano 5 mila tonnellate di antibiotici di cui 1.500 per favorirne la crescita“. E tutti vanno a finire nelle falde acquifere.

Un dato italiano, che riferisce Roberto Marchesini, docente di bioetica e zoo-antropologia, autore di “Post-human”, (ed. Bollati Boringhieri): “Nel bacino del Po ogni anno vengono riversate 190 mila tonnellate di deiezioni animali. Contengono metalli pesanti, antibiotici e ormoni“.

Con quali conseguenze? Ricordate il problema delle alghe abnormi nel Mar Adriatico?

Marchesini parla di “fecalizzazione ambientale” e Rifkin ci illumina sulla portata del problema riportando che un allevamento medio produce 200 tonnellate di sterco al giorno.

C’è dell’altro: i bovini sono responsabili dell’effetto serra tanto quanto il traffico veicolare del mondo intero a causa dell’uso di petrolio ( 22 grammi per produrre un chilo di farina contro 193 per uno di carne), delle emissioni di metano dovute ai processi digestivi (60 milioni di tonnellate ogni anno) e dell’anidride carbonica scatenata dal disboscamento. Un chilo di vegetali per 60 grammi di carne

Vogliamo riassumere?

E’ la stessa FAO a fornire un elenco agghiacciante dei problemi causati dagli allevamenti intensivi: riduzione della bio-diversità, erosione del terreno, effetto serra, contaminazione delle acque e dei terreni, piogge acide a causa delle emissioni di ammoniaca.

E tutto questo per cosa?

Per quelle che Frances Moore Lappé, autrice di “Diet for a small planet” definisce “fabbriche di proteine alla rovescia”.

Significa che ci vuole un chilo di proteine vegetali per avere 60 grammi di proteine animali.

E inoltre: “per produrre una bistecca che fornisce 500 calorie“, spiegano gli autori di “Assalto al pianeta” (ed. Bollati Boringhieri), “il manzo deve ricavare 5 mila calorie, il che vuoi dire mangiare una quantità d’erba che ne contenga 50 mila.

Solo un centesimo di quest’energia arriva al nostro organismo: il 99% viene dissipata… Usata per il processo di conversione e per il mantenimento delle funzioni vitali, espulsa o assorbita da parti che non si mangiano come ossa o peli”.

Il bestiame è dunque una fonte di alimentazione altamente idrovora ed energivora, una massa bovina che ingurgita tonnellate di acqua ed energia.

E lo fa per nutrire solo il 20% della popolazione globale del pianeta. Quel 20% che sfrutta l’80% delle risorse mondiali. Per dare a quel 20% la sua bistecca quotidiana.

Nel mondo c’è abbastanza per i bisogni di tutti, ma non per l’ingordigia di alcuni“, diceva Gandhi.

Ingordigia che ha raggiunto livelli esorbitanti. “Dal Dopoguerra a oggi, in Europa, siamo passati da circa 7-15 chili di consumo pro capite all’anno a 85-90 (110-120 negli States)”, riferisce Marchesini. Secondo Moore Lappé le tonnellate di cereali e soia che nutrono gli animali da carne basterebbero per dare una ciotola di cibo al giorno a tutti gli esseri umani per un anno.

E la FAO conferma che se una dieta vegetariana mondiale potrebbe dar da mangiare a 6,2 miliardi di persone, un’ alimentazione che comprenda il 25% di prodotti animali può sfamarne solo 3,2 miliardi. Ma c’è una spiacevole sorpresa

La domanda di carne sta crescendo.

Paesi come la Cina stanno abbandonando riso e soia a favore di abitudini occidentali. Stiamo esportando il nostro modello alimentare (e che  modello!). Secondo l’IFPRI entro il 2020 la domanda di carne nei Paesi in via di sviluppo aumenterà del 40%: questo significherà oltre 300 milioni di tonnellate di bistecche. E raddoppierà, sempre nei Paesi in via di sviluppo, la domanda di cereali per nutrire queste tonnellate di carne. Fino a raggiungere 445 milioni di tonnellate.

Richieste incompatibili con la salute del pianeta e con un equo sfruttamento delle risorse. Il manzo globale sta diventando una realtà. Si chiama rivoluzione zootecnica: significa spostare nel Sud del mondo la produzione di carne.

La Banca Mondiale sovvenziona, in Cina, l’industria dell’allevamento e della macellazione. Ma sbaglia: suolo e acqua non bastano per sfamare il mondo a suon di bistecche e hamburger. Con un terzo della produzione di cereali destinata agli animali e la popolazione mondiale in crescita deI 20% ogni dieci anni”, scrive Rifkin, “si sta preparando una crisi alimentare planetaria”.

Incalza Correggia: “è stato calcolato che l’impronta ecologica, cioè il consumo di risorse, di una persona che mangia carne è di 4 mila metri quadrati di terreno contro i mille sufficienti a un vegetariano“.

E allo stato attuale, la disponibilità di terra coltivabile per ogni abitante della terra è di 2.700 metri quadrati “. Ancora: un ettaro di terra a cereali per il bestiame dà 66 chili di proteine, che diventano 1.848 (28 volte di più!) se lo stesso terreno viene coltivato a soia.

Secondo la Correggia bisogna “promuovere il miglioramento della dieta nelle aree povere, ad esempio con una miglior combinazione degli alimenti, la produzione locale di integratori a basso costo e il recupero di cereali e legumi tradizionali molto più ricchi di quel trinomio riso – frumento – mais (rigorosamente raffinati!) che ha conquistato il mondo”.

Una scelta etica e responsabile

fameEconomia, ecologia e cibo per tutti sì fondono. Ambiente ed economia, del resto, sono legati dalla quantità di risorse che la terra mette a disposizione di ciascun essere vivente. Se qualcuno consuma di più c’è un altro costretto a digiunare. Naturalmente non è così semplice. La fame nel mondo non è solo una questione di quantità di risorse, ma di distribuzione.

O meglio, con Marchesini “è una questione di produzione, consumo e distribuzione insieme”. Essere vegetariani è una scelta personale, frutto di un percorso (certo, se cominciassimo a ridurre quei 90 chili di carne all’anno…). Marchesini la definisce una scelta di etica privata (etica pubblica, obbligo collettivo, deve essere, invece, l’attenzione al benessere degli animali). Ma essere vegetariani è anche un atto di responsabilità e sensibilità sociale ed ecologica.

Scrive Rifkin:

“milioni di occidentali consumano hamburger e bistecche in quantità incalcolabili, ignari dell’effetto delle loro abitudini sulla biosfera e sulla sopravvivenza della vita nel pianeta”.Ogni chilo di carne è prodotto a spese di una foresta bruciata, di un territorio eroso, di un campo isterilito, di un fiume disseccato, di milioni di tonnellate dì anidride carbonica e metano rilasciate nell’atmosfera”…

Se ogni volta che decidiamo di comprare una bistecca pensassimo a tutto questo forse per quel giorno cambieremmo menù, e chissà, magari sostituiremmo la carne con un piatto di germogli di soia consapevoli di fare del bene non solo all’umanità e al pianeta che così gentilmente ci ospita e sopporta, ma anche a noi stessi a alla nostra salute…

Una citazione emblematica

Rifkin chiude il suo libro con considerazioni veramente significative:

“I ricchi consumatori del Primo mondo si godono i piaceri di una dieta carnea, ma patiscono le conseguenze degli eccessi che la posizione dominante nell’artificiosa scala delle proteine comporta: con il corpo intasato di colesterolo, vene e arterie occluse dai grassi animali, sono vittime delle “malattie del benessere”, degli attacchi cardiaci, dei tumori del colon e della mammella, del diabete. Il moderno complesso bovino rappresenta una nuova specie di forza malvagia che agisce nel mondo. In una civiltà che ancora misura il male in termini individuali, il male istituzionale, nato dal distacco razionale e perseguito freddamente con metodi calcolati di espropriazione tecnologica, deve ancora trovare una posizione sulla scala morale. La riprovazione morale continua a essere legata ad atti d’individuale malvagità; se un membro della società commette un atto di violenza, priva il suo prossimo della vita, della proprietà o della libertà, l’individuo e il suo gesto sono universalmente condannati.

Il male è manifesto, visibile, diretto e passibile di giudizio. Il mondo moderno riconosce il male individuale che cagiona un danno diretto ad altri individui. Ma non sa ancora riconoscere una nuova e ben più pericolosa forma di male, che ha premesse tecnologiche, imperativi istituzionali e obiettivi economici. La società contemporanea continua a tutelarsi dal male individuale e diretto, ma ancora non è riuscita a integrare nella propria griglia morale di riferimento il senso di giusta indignazione e di riprovazione morale nei confronti della violenza istituzionalmente certificata. Ma cosa accade di un altro genere di malvagità: quella implicita all’origine, nelle premesse medesime su cui si fondano le istituzioni?

La chiesa accenna, con molta timidezza, all’idea di combattere “le potenze e i principati terreni”, ma anche qui riconosce solo un concetto tradizionale di moralità, ispirato ai Dieci Comandamenti. Cosa dire, invece, del male che scaturisce da metodi razionali di confronto, obiettività scientifica, riduzionismo meccanicista, utilitarismo ed efficienza economica? Il male inflitto al mondo moderno dal complesso bovino ha questa natura: avidità, inquinamento e sfruttamento hanno accompagnato il complesso bovino durante tutta la millenaria migrazione verso Ovest. La nuova dimensione del male è intimamente connessa con il complesso bovino moderno, che ha acquisito i caratteri di un male occulto, e discende direttamente dai principi illuministi su cui si fonda gran parte della moderna visione del mondo. Questo male occulto viene inflitto a distanza; è un male camuffato da strati sovrapposti di veli tecnologici e istituzionali; un male cosi lontano, nel tempo e nel luogo, da chi lo commette e da chi lo subisce, da non lasciar sospettare o avvertire alcuna relazione causale. E’ un male che non può essere avvertito, data la sua natura impersonale. Lasciare intendere che un individuo sta facendo il male coltivando cereali destinati all’alimentazione animale o consumando un hamburger, può sembrare strano, perfino perverso, a molti.”

E ancora:  ”Anche se i fatti fossero espliciti e incontrovertibili, e il percorso del male fosse tracciato nei suoi più minuti dettagli, è improbabile che molti, nella società, avvertirebbero il medesimo senso di riprovazione morale che provano di fronte a un male diretto e individuale, come una rapina, uno stupro, la deliberata tortura del cane dei vicini. E’ probabile che i proprietari dei negozi in cui si vende carne di bovini nutriti a cereali non avvertano mai, personalmente, la disperazione delle vittime della povertà, di quei milioni di famiglie allontanate dalla propria terra per fare spazio a coltivazioni di prodotti destinati esclusivamente all’esportazione. E che i ragazzi che divorano cheeseburgers in un fast-food non siano consapevoli di quanta superficie di foresta pluviale sia stata abbattuta e bruciata per mettere a loro disposizione quel pasto. E che il consumatore che acquista una bistecca al supermercato non si senta responsabile del dolore e della brutalità patiti dagli animali nei moderni allevamenti ad alta tecnologia. In una civiltà completamente imbevuta di principi illuministi, come la meccanizzazione e l’efficienza economica, la sola idea che questi medesimi principi siano, potenzialmente, causa del male è censurata. La maggior parte delle relazioni che regolano le società moderne sono mediate dalla razionalità, dal distacco obiettivo, dalla ricerca dell’efficienza, da considerazioni utilitariste e interventi tecnologici. Il moderno complesso bovino, come abbiamo appreso attraverso le pagine di questo libro, è stato fra le prime forze istituzionali a mettere in pratica le idee dell’Illuminismo, a integrare gli standard ingegneristici della moderna visione del mondo in ogni aspetto della propria attività.

Nell’era moderna, queste idee e questi standard sono stati utilizzati efficacemente per tagliare gli intimi legami fra uomo e natura.

I principi fondamentali dell’Illuminismo hanno spogliato la natura della propria vitalità e derubato le altre creature della propria essenza originale e del proprio valore intrinseco.

Nel mondo moderno, freddo e calcolatore, abbiamo scambiato la salvezza eterna con l’interesse materiale personale, il rinnovamento con la convenienza, la capacità generativa con le quote di produzione.

Abbiamo appiattito la ricchezza organica dell’esistenza, trasformando il mondo che ci circonda in astratte equazioni algebriche, statistiche e standard di performance economica.

Il male occulto viene perpetuato da istituzioni e individui mossi da principi organizzativi razionali, che a far loro da guida per scelte e decisioni, hanno solo forze di mercato e obiettivi utilitaristici (la globalizzazione del profitto).

In un mondo di questo genere, ci sono ben poche occasioni per onorare la creazione, essere in sintonia con le altre creature, gestire l’ambiente e proteggere i diritti delle future generazioni.

L’effetto sull’uomo e sull’ambiente del modo moderno di pensare e di strutturare le relazioni è stato quasi catastrofico: ha indebolito gli ecosistemi e minato alla base la stabilità e la sostenibilità delle comunità umane.

La grande sfida che dobbiamo affrontare è rappresentata dal lato oscuro della moderna visione del mondo: dobbiamo reagire al male occulto che sta trasformando la natura e la vita in risorse economiche che possono essere mediate, manipolate e ricostruite tecnologicamente, per adeguarle ai ristretti obiettivi dell’utilitarismo e dell’efficienza economica.

Il primo passo necessario è diventare consapevoli dei meccanismi di sfruttamento del pianeta di cui siamo complici.

Il secondo passo necessario non è fare la rivoluzione, e non è neanche aderire a questa o quest’altra organizzazione alternativa (per quanto possa essere positivo), ma è far seguire conseguenti e coerenti azioni personali in armonia con una vita etica e rispettosa dell’ambiente e del prossimo. Se vogliamo cambiare il mondo dobbiamo iniziare da noi stessi”.

(1) Da Carne amara. Supplemento D – La Repubblica 28-05-2002, di Daniela Condorelli.

Articolo tratto da Tratto da http://www.procaduceo.org/it_mater/articoli/salute/no_carne2.htm#costi

Codex Alimentarius: Nutrizione globalizzata

Articolo pubblicato sulla rivista “Il Consapevole” n. 17/2008 di Sepp Hasslberger

“Negli ultimi 5 anni sono avvenuti grandi cambiamenti nella consapevolezza globale con opinioni forti sulla globalizzazione e sulle strutture di potere delle multinazionali.”

David Korten

codexSecondo il suo sito ufficiale www.codexalimentarius.net, il Codex Alimentarius fu creato nel 1963 dalla Food and Agricultural Organization (FAO) e l’Organizzazione Mondiale (OMS) con l’intento di sviluppare per il trattamento degli alimenti norme, linee guida e codici di buona pratica sotto un programma congiunto della FAO e dell’OMS. Gli obiettivi di questo programma, sempre secondo il sito, sono la tutela della salute dei consumatori, l’equità del commercio e la coordinazione delle norme per gli alimenti.

Tutto bene a prima vista. Purtroppo le belle parole nascondono una realtà più oscura.

Il Codex Alimentarius è un foro legislativo internazionale sponsorizzato dall’industria che promuove gli interessi delle multinazionali in un mercato globalizzato, piuttosto che la salute dei consumatori o una forma equa di commercio.

Fino a dieci anni fa, pochi avevano sentito parlare del Codex Alimentarius il cui nome latino significa ‘legge alimentare’, se non erano direttamente coinvolti nel noioso lavoro di elaborazione delle norme o nell’adeguamento delle leggi nazionali alle regole Codex, ma poi le cose cambiarono.

Nel 1994, la delegazione tedesca di un comitato relativamente sconosciuto, il Comitato Codex su Nutrizione e Alimenti per Usi Dietetici, propose la bozza di una linea guida per un nuovo tipo di alimenti che negli anni ’80 erano comparsi sui mercati europei e che, ai tedeschi, non sembravano alimenti per niente. Erano tavolette e capsule e contenevano dosaggi di vitamine e minerali che I tedeschi consideravano esaggerati. Queste pillole di vitamine, chiamate complementi alimentari, bioalimenti o integratori alimentari, sembravano medicine alla mente tedesca piuttosto che alimenti salubri come Krauti e Strudel.

La linea guida proposta in seno al Codex mirava alla restrizione dei dosaggi consentiti, cercando di ridurre il tutto alle dosi giornaliere raccomandate (RDA) per ogni sostanza.

Fu ironia della sorte che il concetto dell’RDA, una sorta di minimo indispensabile per ogni nutriente, introdotto nella Germania post-bellica dalle forze di occupazione americane, adesso veniva usato dai tedeschi … per opporre resistenza all’introduzione di integratori di nuova generazione. Il mercato tedesco era molto controllato ma anche molto aperto al mondo farmaceutico. Dopo tutto, i farmaceutici rappresentano, in Germania, un fattore economico non indifferente: i grandi produttori tedeschi di farmaci sono parte integrante dell’economia delle esportazioni, e dello sviluppo miracoloso che l’economia tedesca conobbe dopo la guerra.

Ne consegue che se un alimento slitta nella categoria dei farmaci è principalmente l’industria farmaceutica a trarne benificio.

Per quel che riguarda gli integratori e le vitamine poste sotto la lente del Codex, dobbiamo tenere presente che ne fanno parte anche i tanti preparati vitaminici e di minerali che acquistiamo in erboristeria e che utilizziamo in maniera autonoma (non tramite il consiglio del medico) per il miglioramento della nostra salute.

La globalizzazione

Sebbene gran parte della forza economica si spostò dalla Germania del dopo-guerra agli alleati vittoriosi, specialmente negli Stati Uniti, quando consideriamo il mercato globalizzato, le nazioni non sono gli attori principali. L’industria, dopo decenni di fusioni e acquisizioni della concorrenza, è diventata una forza monolitica. Non fa più parte di una singola nazione e spesso la forza economica di una singola multinazionale supera quella di interi paesi.

Un gruppo di produttori globali resiste il controllo di leggi e governi nazionali, cercando di seguire per la sua strada del profitto riducendo al minimo possibile ogni interferenza ed ogni competizione. Una lobby ben finanziata che prende di mira parlamenti e agenzie di governo lavora sodo per “livellare il campo di gioco” per le multinazionali.

L’industria globale degli alimenti e dei farmaci è innamorata con il Codex. Siccome le sue linee guida spesso servono da base di partenza per l’elaborazione di nuove leggi nazionali, è molto più facile riferirsi al Codex che non convincere ogni singolo paese di cambiare la propria legislazione.

Ufficialmente, l’adeguamento alle regole del Codex è un atto volontario. Però dal 1995, che vide la creazione dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), meglio conosciuta con il nome inglese World Trade Organization (WTO), le cose sono cambiate. Qualsiasi paese che non si è adeguato alle norme e che si trova oggetto di una controversia sollevata da un’altro paese rischia di dover pagare pesanti sanzioni. La corte internazionale che decide le controversie commerciali è infatti tenuta a basare le sue decisioni su linee guida internazionali, ove questi esistono. Così in termini pratici, le norme Codex hanno la funzione di legge internazionale.

Additivi chimici, pesticidi e GMO

Il Codex Alimentarius ha più di venti comitati attivi che deliberano su ogni cosa dai mangimi per gli animali ai prodotti della pesca, dalla biotecnologia ai residui di pesticidi consentiti negli alimenti. Non posso che brevemente ricordare questi altri aspetti del Codex, ma giova sapere che essenzialmente stiamo di fronte ad un meccanismo che consente all’industria di farsi le propri leggi a piacere.

Il Codex è un grande promotore di alimenti prodotti con le biotecnologie, meglio conosciuti come alimenti geneticamente modificati o ‘frankenfoods.’ Siccome gli alimenti GMO hanno il sigillo d’approvazione del Codex, è molto difficile per un paese che vuole proteggere la salute dei suoi cittadini di bloccarne l’importazione. Per giustificare le restrizioni, il paese deve affrontare i migliori esperti dell’industria mondiale per portare prove scientifiche della pericolosità di un alimento. L’unione europea, con molta fatica, resiste al Codex sulla questione della modificazione genetica e degli ormoni nella carne.

Possiamo ringraziare a Codex quando troviamo pesticidi e additivi chimici nei nostri alimenti. Gli esperti dell’industria hanno deciso quali livelli di tossine permettere negli alimenti ed è stato Codex a dare carattere ufficiale e permanenza a queste decisioni. Qualsiasi tentativo nazionale di ridurre le tossine o di eliminare la chimica negli alimenti espone il paese al pericolo di sanzioni per violazione dei principi del libero commercio.

Sebbene il Codex abbia un gruppo di lavoro dedicato al problema della resistenza antimicrobiale, non ha proibito l’uso degli antibiotici nel allevamento degli animali. Stiamo affrontando un’emergenza, gli antibiotici perdono la loro efficacia. Sempre nuovi ceppi di batteri sviluppano resistenza agli antibiotici. La causa è conosciuta: la maggior parte degli antibiotici prodotto sono destinati non all’uso medicinale ma all’allevamento di animali da macello e così entrano nella catena alimentare. Codex si dice dispiaciuto ma non proibisce questa pratica.

L’industria e le delegazioni Codex

Come abbiamo visto il Codex è un’agenzia legislativa internazionale, ma le sue procedure non sono per niente democratiche. Di solito le delegazioni nazionali ai vari comitati sono composte da personale ministeriale di medio livello, affiancate da vari esperti dell’industria.

La decisione come votare o quali proposte fare nello specifico viene spesso delegata all’industria.

Molte volte la persona a capo della delegazione non è sufficientemente esperta né ha determinazione di seguire un certo percorso per disattendere i consigli e desideri degli esperti industriali. Le decisioni nei comitati Codex sono consensuali. Quasi mai si vota. Il consenso è l’assenza di un’opposizione sostenuta a una proposta o un testo. Il presidente di ogni comitato può dare la voce ad una delegazione e può chiudere la discussione, negando altri interventi. Questa stessa persona dichiara quando il consenso è raggiunto e decide quando passare al prossimo punto dell’agenda.

In conseguenza, il testo elaborato lascia molte delegazioni insoddisfatte perché le loro proposte non furono accettate e la loro opposizione non riceve l’attenzione che dovrebbe. In questo senso, il Codex non ha alcun senso di democrazia. Lavora al di fuori delle procedure legislative nazionali e può perfino ignorare o sorpassare dagli interventi diretti di delegazioni nazionali. La presenza di ONG (organizzazioni non governative) che rappresentano certi interessi dà una parvenza di democrazia, ma la loro voce è senza alcun potere. Le ONG non votano e la loro opinione non conta quando si decide se è stato raggiunto o meno un consenso.

Integratori alimentari

Ci è voluto un intero decennio, dal 1994 al 2004, per elaborare il testo sugli integratori alimentari. La conferma finale arrivò l’anno dopo in una riunione plenaria della Commissione Codex a Roma. La linea guida fu accettata ufficialmente il 4 Luglio del 2005. Il vincitore della prima manche è la Germania, ovvero la sua industria farmaceutica. Sebbene la proposta era del 1994, solo dopo il passaggio di una legge europea, la direttiva sugli integratori alimentari del 2002, era possibile unire le forze per far approvare il testo contro la continua resistenza della delegazione USA. Dopo il passaggio della direttiva europea tutti gli stati membri europei hanno dovuto dare sostegno ad un’unica voce, che rispecchiasse il nuovo testo della legge europea.

La linea guida sugli integratori finalmente è passata, attraverso la pressione esercitata da tutti e quindici Stati membri dell’Unione; con il sostegno di Rolf Grossklaus, presidente tedesco del Comitato Codex e Basil Mathioudakis, funzionario nel direttorato consumatori e salute della Commissione Europea.

Seconda manche

La vittoria dei tedeschi nel giorno americano dell’indipendenza del 2005 era soddisfacente, ma non era una disfatta dell’industria USA. Il testo approvato non ha denti: ancora mancano livelli di dosaggio definitivi ai quali limitare gli integratori. Non è stato possibile stabilire limiti, però c’è stato un accordo rispetto al prosieguo della valutazione scientifica dei rischi di certi dosaggi di nutrienti.

E’ vero che su alcuni nutrienti bisogna stare attenti alle dosi, ma è altrettanto vero che gli integratori di vitamine e minerali sul mercato oggi non presentano problemi di sorta. Questi nutrienti sono più sicuri addirittura degli alimenti comuni e nelle statistiche delle cause di morte neanche compaiono. Ciononostante, il processo di valutazione dei rischi che dovrà definire livelli massimi consentiti per vitamine e minerali, è molto simile al processo di valutazione delle tossine chimiche.

Ricordiamoci che non ci sono effetti positive sulla salute delle tossine chimiche e quindi ogni effetto avverso è importante. Invece i nutrienti sono indispensabili per la vita: ogni valutazione di un possibile lontano rischio deve perlomeno tenere conto dei tanti benefici apportati da vitamine e integratori. E’ su questo punto che vertono le discussioni attuali: trovare un dosaggio limite per ogni nutriente che renderà illegali, e perciò non più disponibili, dosaggi più alti.

Trasparenza e scienza onesta

Gli integratori sono diventati oggetto di un gioco politico. Ci sono i paesi restrittivi quali la Germania e la Francia, la Grecia, la Danimarca la Norvegia e altri che invece sono più aperti quali gli Stati Uniti, l’Inghilterra, il Sudafrica, la Svezia e l’Olanda. Il problema in discussione sembra essere “la mia industria è migliore della tua” invece che “troviamo la strada per migliorare la salute umana”.

Credo che sia necessario portare trasparenza e onestà scientifica in questo processo. Finché la scienza sarà subordinata all’industria e le ricerche possono essere ‘aggiustate’ per soddisfare i desideri dell’industria, finché il buon profitto delle industrie determinerà le norme internazionali, finché un gruppo di multinazionali potrà dirci che cosa mangiare e che cosa no, saranno tempi molto duri per tutti noi.

Sepp Hasslberger

Nota:

La maggior parte delle informazioni in questo articolo è basata sulla mia esperienza personale. Le opinioni espresse sono maturati durante più di un decennio di partecipazione in numerose riunioni di gruppi industriali, NGO e comitati Codex. Questo articolo, scritto in inglese, fu ultimato l’8 Agosto 2008, e la traduzione, fatta per la rivista Consapevole risale al 14 Agosto. Lo scritto è nel pubblico dominio, può essere ripubblicato intero o in parte, e può essere rielaborato per far parte di un nuovo articolo.

La vivisezione non serve: parola di vivisettori

del dott. Stefano Cagno - tratto da Impronte n. 82, febbraio 2002

pillole_talidomideIl bravo consumatore quando fa la spesa, controlla attentamente le etichette sulle quali sono indicati i componenti e le caratteristiche del prodotto che sta per acquistare. Il bravo medico dovrebbe fare altrettanto con i farmaci che prescrive.

Qualche giorno fa è arrivato nel mio studio l’informatore scientifico di una nota industria farmaceutica per presentarmi un nuovo antiepilettico (oxcarbamazepina), recentemente commercializzato. Come sempre succede, alla fine, mi ha lasciato la cosiddetta scheda tecnica, ossia la documentazione dettagliata di tutte le caratteristiche del farmaco. Appena ho avuto un momento di tempo libero mi sono messo a leggere la scheda tecnica e ho trovato diverse affermazione tanto interessanti quanto sconcertanti.

Inizialmente sono andato a vedere i dati riguardanti la tossicologia e come al solito ho trovato i risultati ottenuti con l’LD50. E’ utile ricordare che questo test risale al 1927 e consiste nel somministrare ad alcuni animali una certa dose della sostanza in fase di sperimentazione, fino a trovare la dose in grado di uccidere il 50% degli animali trattati. I risultati riguardanti questa nuova molecola sono i soliti: “La tossicologia acuta dell’oxcarbamazepina e dell’MHD [1] nell’animale da laboratorio è stata dimostrata essere bassa. Dopo una singola dose orale dei due componenti, la LD50 variava tra 1240 mg/kg e più di 6000 mg/kg in funzione della specie studiata: topo, ratto, hamster cinese“.

Vale sempre la pena di osservare che tra il valore più basso e quello più alto vi è una differenza di sei volte e che le specie impiegate sono tutte e tre roditori e quindi, teoricamente, dovrebbero comportarsi in maniera abbastanza simile. Tutto ciò dimostra che non sono paragonabili, da un punto di vista biologico, nemmeno specie tra loro affini.

Proseguendo nella lettura della scheda tecnica si legge: “Non sono stati inoltre ritrovati effetti teratogeni nel topo e nel coniglio. In uno dei due studi condotti nel ratto, oxcarbamazepina, a dosaggi giornalieri pari a 300 mg/kg e 1000 mg/kg, ha causato effetti teratogeni correlati alla dose“. Anche in questo caso si conferma la teoria, ormai ampiamente dimostrata, che cambiando la specie animale cambiano anche i risultati. Così oxcarbamazepina risulta teratogena in una specie, ratto, ma non nelle altre due, coniglio e topo. Importante sottolineare un altro aspetto: solo in una ricerca su due nei ratti il farmaco si è dimostrato teratogeno. Ciò dimostra che non solo cambiando la specie, variano i risultati, ma basta semplicemente cambiare il ceppo per ottenere effetti significativamente diversi.

Le affermazioni più interessanti però devono ancora venire. Nel paragrafo riguardante la gravidanza e l’allattamento si legge:

“Uno studio tossicologico condotto nel topo da Bennet e al. (1996) ha messo in evidenza che la somministrazione per via orale di oxcarbamazepina alla dose di 1100 mg/kg (dose massima tollerata) dal 6° al 18° giorno di gestazione ha indotto un’incidenza di malformazioni dell’8% contro il 5% osservato nel gruppo dei controlli. Tale differenza non ha raggiunto la significatività statistica, (p > 0.05) ma, pur tenendo conto delle differenze nel trasporli alla gravidanza umana, questi dati suggeriscono di utilizzare il farmaco in gravidanza soltanto se strettamente necessario”.

Successivamente compaiono le solite due affermazioni, ormai comuni a tutte le schede tecniche dei nuovi farmaci:

“Non vi sono dati per stabilire la sicurezza di Tolep(2) nella gravidanza umana ? Analogamente, non ci sono dati per stabilire la sicurezza di Tolep durante l’allattamento. Non si può escludere la possibilità di effetti collaterali nel bambino”.

Ma allora cosa hanno sperimentato sugli animali, se poi ammettono per iscritto che i dati che hanno ottenuto non sono trasportabili al genere umano? In questo caso la storia ci viene in aiuto. Tutte le volte che una industria è stata portata in tribunale per risarcire i danni provocati da un suo farmaco, i dirigenti si sono sempre difesi affermando che sugli animali quegli effetti collaterali non si erano verificati, ma, si sa che gli esseri umani non si comportano come gli animali. Ecco quindi che nel caso dell’oxcarbamazepina l’industria farmaceutica mette già le mani avanti e scarica subito ogni responsabilità se si dovessero verificare effetti collaterali non attesi con la sperimentazione animale. Inoltre affermare che non esistono dati sulla sicurezza nella gravidanza equivale ad affermare che le ricerche sugli animali non servono a nulla, come dicono sempre gli antivivisezionisti.

Da osservare infine il tentativo dialettico di giustificare l’aumento delle malformazioni congenite nei topi, affermando che non è statisticamente significativo, essendo passato dal 5% al 8%. Se questo dato, per caso, dovesse essere confermato anche negli esseri umani, cosa potremmo dire a quel 3 % di madri che avranno un figlio malformato a causa del farmaco che hanno assunto: “Signora, ci spiace, ma è caduta proprio in quel 3% non significativo di malformazioni?

Il massimo dell’ipocrisia si raggiunge però quando vengono presentati i dati preliminari di sicurezza. “Sia i ratti che i topi mostrano un lieve aumento dell’incidenza di tumori epatici dose-dipendenti dopo 2 anni di trattamento con oxcarbamazepina ? D’altro canto, l’aumento dei tumori epatici visti con oxcarbamazepina sembrerebbe essere speciespecifico nel roditore e non collegato all’uomo. Inoltre, il metabolismo dell’oxcarbamazepina è molto diverso negli animali da esperimento rispetto all’uomo, in quanto la riduzione al metabolita MHD rappresenta solo una minore via di metabolizzazione”.

Prima osservazione. Cosa vuol dire “sembrerebbe essere specie-specifico”? Perché l’uso del condizionale? Dopo una sperimentazione che poggia su basi scientifiche si può dire “è specie-specifico” oppure “non è specie-specifico”. Se però uso il condizionale vuole dire che dalla sperimentazione non ho ricavato dati attendibili. Se poi ipotizzo un diverso comportamento tra gli animali e gli esseri umani, vuole dire che dopo gli animali ho sperimentato anche sugli esseri umani e mi sono accorto che questi reagiscono in maniera differente. Ma allora torniamo alla domanda iniziale: “perché sperimento sugli animali se poi devo ripetere le stesse ricerche sugli esseri umani per essere sicuro dei risultati”? Infine l’ultima affermazione è veramente scandalosa. Quando negli animali non si verificano effetti collaterali, i vivisettori affermano che si può stare sicuri. Quando i farmaci nelle ricerche sugli animali manifestano effetti collaterali seri, i vivisettori dicono che non bisogna preoccuparsi perché il metabolismo degli animali è differente rispetto a quello degli esseri umani. Ma allora cosa serve la vivisezione, se in ogni caso, anche quando si sono dimostrate rischiose negli animali, le sostanze in fase sperimentale vengono comunque somministrate anche agli esseri umani?

Sono da tempo convinto che la vivisezione sia utile solo a chi la pratica. Esiste però un aspetto che proprio non riesco a sopportare: l’ipocrisia. E le affermazioni scritte sulla scheda tecnica dell’oxcarbamazepina sono scandalosamente ipocrite.

Note

1)Monoidrossiderivato. E’ il metabolica dell’oxcarbamazepina.

2)Nome commerciale dell’oxcarbamaxepina

Perche' la sperimentazione su animali esiste ancora?

vivisettoreRiportiamo la traduzione dell’interessante articolo Why Scientists Defend Animal Research, che spiega le ragioni per cui la sperimentazione animale continua ad esistere.

Perché gli scienziati difendono la sperimentazione animale

Gli antivivisezionisti hanno due importanti argomentazioni per motivare la loro opposizione alla sperimentazione animale: quella etica e quella scientifica. Alla luce di entrambe queste prospettive è facile dimostrare quanto la vivisezione sia crudele e inadeguata e come rappresenti uno spreco di tempo, denaro e risorse che potrebbero essere meglio impiegate per alleviare la sofferenza umana.

Perché, allora, certi ricercatori continuano ad effettuare e difendere la sperimentazione su animali, alla luce di queste incontrovertibili evidenze, che provengono anche dall’interno dello stesso mondo scientifico, e continuano con questi studi che danno risultati di nessun valore? Le risposte sono molte e diverse ma si possono ricondurre ad un’unica ragione di fondo: i soldi.

Malgrado sia dimostrato che la sperimentazione animale è una metodologia sbagliata, essa continua perché è di interesse economico per gli scienziati, e per un gran numero di altre entità coinvolte: università, industrie farmaceutiche, riviste scientifiche, allevatori, avvocati e mezzi di informazione. Tutti quanti traggono un guadagno, diretto o indiretto, dalla ricerca su animali e quindi hanno un concreto interesse nel mantenere lo status quo.

Considerate il ricercatore la cui sicurezza del posto di lavoro e il cui prestigio si basano sul numero di articoli scientifici che pubblica. Si parla di sindrome del “pubblica o muori” e questo vale per le istituzioni scientifiche di ogni paese. Non è importante la qualità della ricerca, ma piuttosto la quantità. Quanti più articoli un ricercatore pubblica, tanto più egli garantisce la sicurezza della propria posizione. Un ricercatore che non pubblica abbastanza rischia di non passare di ruolo o andare incontro alla disoccupazione, e non dimentichiamo che la competizione in questo campo è feroce: vengono accettate non più del 15% di tutte le ricerche proposte.

Gli scienziati sono spesso posti su un piedestallo, esaltati per la loro intelligenza e loro capacità di indagine. Ma anche loro hanno bollette da pagare e una famiglia da mantenere; gli esperimenti su animali garantiscono la sicurezza economica e avanzamenti di carriera. A differenza della ricerca clinica (che si basa sui dati ricavati dall’osservazione degli esseri umani), la sperimentazione su animali permette di ottenere risultati in tempi brevi e con minor sforzo. Si stima che per ogni articlo scientifico che un ricercatore clinico può produrre, un ricercatore su animali ne può produrre cinque. Questo perché la ricerca su animali richiede meno tempo: la vita degli animali (specialmente dei roditori) è molto più breve di quella umana e le malattie si sviluppano di conseguenza più in fretta.

Spesso i ricercatori scelgono la strada più facile in assoluto: partono da un ‘concept’, un’ipotesi di lavoro già nota, modificando un qualche elemento (per esempio ripetere lo stesso esperimento su una specie diversa o variare un po’ il dosaggio) al solo scopo di giustificare un altro studio. Si tratta della normalità, e il risultato è un numero enorme di studi virtualmente uguali. Addirittura, spesso queste ipotesi di lavoro sono già state verificate sulla base di dati ricavati dagli esseri umani (è il caso eclatante della miriade di studi su animali degli effetti del fumo di sigaretta, che continuano tutt’ora).

Sebbene sia il profitto la motivazione principale che spinge i ricercatori a condurre esperimenti su animali, non si tratta solo di questo.

C’è anche l’inerzia.

Le persone e la società in generale tendono ad opporsi al cambiamento. Se abbiamo sempre fatto una cosa in un certo modo è improbabile che cerchiamo un’altra strada, a meno che non accada qulcosa di catastrofico che ci impone di cambiare. Molti “scienziati” sono legati alla tradizione e questa considera l’uso degli animali nella ricerca un metodo appropriato. Le grandi istituzioni accademiche premiano il conservatorismo piuttosto che l’innovazione, e così il pensiero creativo non è generalmente benvenuto nei “salotti buoni” della scienza. Gli scienziati che si rendono conto della completa inutilità della sperimentazione animale sono messi a tacere, e chi rifiuta questa censura mette la propria carriera in grave pericolo.

Un’altra ragione della continuazione della sperimentazione animale sta nell’ego umano. Chi ha effettuato esperimenti su animali, ha pubblicato centinaia di articoli. Ha consolidato un’immagine di sè stesso come “ricercatore sul modello animale”. Smascherare il non-valore delle loro pubblicazioni significa far crollare la loro autostima. Molta gente non intende permettere che ciò accada.

I medici spesso sostengono la sperimentazione animale per pura abitudine. Nelle facoltà di medicina hanno imparato a “memorizzare”, non a pensare in modo critico o a studiare la storia della loro professione. I medici che lavorano per gruppi di interesse come gli ospedali universitari, saranno portati a sostenere la linea dei loro “datori di lavoro”, che lucrano milioni di dollari ogni anno dalla ricerca sugli animali. Esiste poi una significativa distanza tra coloro che fanno ricerca sugli animali e i medici che curano effettivamente le malattie. In medicina la mano destra non sa cosa fa la sinistra; vi è una separazione tra il lavoro di medico e ciò che viene insegnato nei primi 2 anni di scuola dai ricercatori su animali.

Ai medici viene insegnato che tutti i progressi derivano dalla sperimentazione sugli animali, ed è questo che essi ripetono meccanicamente durante la loro carriera. Il medico tipo non ha o non trova il tempo per andare a verificare quale sia la reale origine dei progressi della medicina. Nella sua pratica da professionista, il medico difficilmente avuto modo di mettere il discussione la sperimentazione animale, e negli anni di università si è trovato immerso in un clima che non era certo favorevole alla messa in discussione dell’autorità.

Werner Hartinger, un chirurgo della Germania occidentale, nel 1989 ha dichiarato:

“In effetti, ci sono solo due categorie di medici e scienziati che non si oppongono alla vivisezione: quelli che non ne sanno abbastanza, e quelli che ci guadagnano dei soldi”.

Alcuni ricercatori che usano animali sono troppo lontani dalla pratica clinica sui pazienti. Sono ingenui. Molti non hanno contatti giornalieri coi pazienti, non vedono la disconnessione tra quello che fanno in laboratorio, e quello che in realtà funziona nella pratica clinica.

Un altro motivo per cui si continua con la sperimentazione animale è il senso di colpa. Sentiamo a volte dire: “Se quello che dici è vero, allora perché ho ucciso tutti quegli animali?” Molte persone amano gli animali, o credono di amarli, comprese alcune di quelle che fanno sperimentazione. Costoro sono convinti in buona fede di fare “la cosa giusta” e se si rendessero conto che così non è soffrirebbero di un grave senso di colpa.

Seguiamo la traccia dei soldi…

Proviamo ora a seguire il cammino dei soldi a partire dalle case farmaceutiche. Quando una compagnia sviluppa un nuovo composto che potenzialmente può avere effetti terapeutici per gli umani, vengono finanziati (con milioni di dollari) degli istituti di ricerca accademici per studiare il farmaco attraverso ricerche su animali. Se il composto passa i test animali, si procede con i test clinici e infine si approda al mercato dove si generano incredibili profitti per queste case farmaceutiche.

I test su animali vengono usati per poter passare velocemente alle prove cliniche, garantendo al contempo una copertura legale alle aziende farmaceutiche. Questi test vengono usati come prova, a favore o a discapito a seconda delle convenienza, quando ci sono delle cause legali contro le case farmaceutiche (o contro lo stato) in conseguenza di qualche effetto collateralo imprevisto dei farmaci messi in commercio. I test su animali servono cioè a proteggere le compagnie in caso di azioni legali, per evitare un risarcimento danni che potrebbe comportare un enorme dispendio di denaro.

Inoltre, ricercatori e case farmaceutiche alimentano il mercato dei fornitori, cioè tutte quelle aziende che a vario titolo forniscono prodotti e servizi per la sperimentazione, ad esempio quelle che allevano gli animali destinati alla vivisezione e quelle che producono le attrezzature (gabbie, strumenti di contenzione, ecc.). Molti direttori di riviste scientifiche sono interessati alla sperimentazione animale in quanto questa garantisce un regolare flusso di materiale da pubblicare. Traggono profitto dal creare un numero sempre maggiore di riviste, le quali a loro volta producono guadagni sotto forma di pubblicità (di case farmaceutiche e di aziende fornitrici).

A fronte dei pochi beneficiari di questa rete di profitti, si contrappone la vasta la schiera dei perdenti. Un enorma numero di animali condannati ad un destino crudele. Malati che potrebbero beneficiare di una cura che viene invece ritardata dalla macchina della sperimentazione animale, la quele finisce per renderli vittime essi stessi come gli animali. I soldi delle tasse dei cittadini che vengono sprecati nella sperimentazione su animali finanziata dal governo, mentre vengono tagliati molti programmi utili per mancanza di fondi.

Si definisce cospirazione un accordo volto a compiere azioni illegali, infide o malvage; un accordo tra 2 o più persone al fine di commettere un crimine. Questa non è una cospirazione. La ricerca su animali è dovuta alle stesse cause che hanno fatto del male all’umanità per millenni: avidità, egoismo, ignoranza e paura.

Fonte:

NAVS, Animals in Scientific Research