"No. Io non sono un'amante degli animali!"

aquila_tramonto2Il testo che segue è la traduzione dal francese di un articolo comparso parecchi anni fa sulla rivista “Le pigeon voyageur” (“Il Piccione Viaggiatore”) a firma di un adesso a quanto pare non più esistente gruppo LAIR e contiene un’interessante riflessione sull’espressione spesso usata nei confronti di chi è vegano e antispecista definito “amico” o “amante degli animali”.

Questa espressione, così come è spiegato nell’articolo, è spesso utilizzata per “definire” molte delle persone  che scelgono di non nutrirsi di animali e che si battono affinché questi non vengano oppressi, sfruttati e torturati dall’uomo, ma è effettivamente molto riduttiva e inadatta a descrivere l’atteggiamento di una persona che non si limita ad “amare” gli animali o ad esserne amico così come il senso comune suggerisce, ma spinge la sua riflessione oltre questo tipo di relazione uomo-animale mettendo in pratica scelte che coinvolgono la propria vita come il diventare vegan o addirittura altre che si spingono ancora più in là divenendo attivisti per la liberazione animale, nutrendo sentimenti e agendo in modo lontano dalla semplice “zoofilia“.

All’interno del testo si fa riferimento a quest’espressione in modo molto negativo, la si definisce dispregiativa perché accomunerebbe le intenzioni e lo spirito di un antispecista a quelle di una persona che nutre tenerezza e affetto verso i cosiddetti animali da compagnia, ma rifiuta addirittura di voler vedere ciò che avviene all’interno di un macello limitandosi perciò a un approccio di “affezione” e che è comune anche a chi nella vita quotidiana invece di animali si nutre o addirittura svolge per lavoro attività che vanno decisamente contro la loro stessa sopravvivenza, limitando la propria prospettiva “animalista” ai propri animali d’appartamento come gatti e cani.

Riteniamo questo articolo molto interessante e stimolante, pensiamo che effettivamente questa definizione “larga” possa racchiudere in sé persone con approcci molto differenti al cosiddetto “animalismo” e perciò senza dubbio spinga a una riflessione su certi atteggiamenti di “amore” verso gli animali.

Traduzione a cura di Laboratorio Antispecista.

Fonte: Les Cahiers antispécistes n°1 (ottobre 1991)

Sono stanca di sentirmi dire dalle persone che apprendono che sono vegana ed anti-vivisezionista : “Oh! Certamente sei un’amante degli animali!“. Se avessi protestato a proposito dei pakistani che sono picchiati dal Fronte Nazionale, non penso che queste stesse persone mi avrebbero detto con lo stesso tono di compiacenza “Oh! Di certo hai sempre amato i Pakistani!”.

Essere contro lo sfruttamento e l’oppressione dei “ non-umani ” non ha niente a che vedere col fatto di essere “amanti degli animali.”

Di “amanti degli animali”, ce ne sono dappertutto. I ristoranti con carne a “gogo” ne sono pieni. I negozi di pellicce ne sono pieni.

Gli addestratori di circo si rivolgono in modo affettuoso agli animali che hanno addestrato a colpi di scariche elettriche e di pungiglioni.

L’autista del camion che trasporta degli animali verso i macelli lasciandoli per tre giorni senza acqua e senza cibo finché non hanno fatto ricorso al cannibalismo, ritorna ogni giorno a casa dalla sua donna e dal suo gatto.

Il vivisezionista, stanco dopo un pomeriggio di esperimenti su un animale non anestetizzato, ritorna a casa ed accarezza il suo cane…

Se questo è essere “amante degli animali”. No, io non amo gli animali in maniera particolare!

Non sono neppure sicura che l’idea di averne sia una buona idea. Perché il Battersea Dogs Home (S.P.A.) pratica l’eutanasia su cento cani la settimana, cani trovati abbandonati nelle vie – abbandonati sicuramente dagli “amici degli animali”.

Gli amici degli animali dichiarati sono abitualmente delle persone molto impressionabili.

Quando volete mostrar loro delle foto di vivisezione, replicano invariabilmente : “Oh no! Non potrei mai guardare! Mi sconvolgerebbe.” Preferiscono non sapere. Li si sente parlare di un tale che conoscevano che una volta era andato a visitare un macello e non potè dormire per una settimana e non riuscì neppure a mangiare più carne per quindici giorni e perciò diranno: “E’ un’esperienza terribile, ed io preferirei non sapere“.

È possibile visitare un macello. Non esiste però la stessa opportunità di visitare un laboratorio di vivisezione. I vivisettori badano molto a questo. I laboratori di sperimentazione animale sono chiusi per le forze dell’ordine, per i vostri deputati, per i rappresentanti delle leghe di protezione animale, per il pubblico, per gli “amanti degli animali”, sono chiusi per tutti.

Così gli animali possono essere avvelenati, accecati, resi pazzi, fatti a pezzi ancora vivi e coscienti, trapanati, picchiati, schiacciati per la soddisfazione e la curiosità dei vivisettori. Il pubblico non è là per vedere.

Ai miei occhi, “amante degli animali” è un termine dispregiativo, degradante, che sottintende un’inclinazione particolare per un mondo fatto di animaletti delicati ed affettuosi. Ciò fa pensare all’immagine di una bambina che getta delle briciole di pane per nutrire i passeri.

Le persone interessate dal movimento di liberazione animale non devono neppure necessariamente possedere un animale. Non parliamo loro attraverso le sbarre delle gabbie. Non acquistiamo foto di gattini che spuntano fuori da uno stivale.

E noi non dichiariamo mai col sorriso che siamo degli “amici degli animali”, scusandoci con questo per ogni azione messa in atto per combattere lo sciovinismo umano che è universale e senza fine e che fa parte della nostra vita quotidiana.

Gli animali sono l’ultima delle minoranze,

Dei perpetui ebrei in un perpetuo Stato nazista;

Degli eterni neri in un’eterna Africa meridionale;

Delle eterne donne in un’eterna Arabia poligama.

Se il capitalismo è un grattacielo, gli animali vivono negli scantinati

Scritto di Massimo Filippi

Lo sfruttamento delle bestie alla base della discriminazione di donne e poveri

InvasiveSpeciesIl filosofo Max Horkheimer descrive la società capitalista come un grattacielo dove ai piani alti vivono i ricchi e i potenti, in quelli intermedi la “gente comune” e, in quelli più bassi il sottoproletariato. A differenza, però, di molti anticapitalisti attuali, Horkheimer non si dimentica che il grattacielo ha anche una cantina, dove sono reclusi gli animali non umani, che, con la loro inaudita sofferenza, lo sostengono, ne costituiscono le “fondamenta organiche” di sudore e sangue.

La scoperta che il grattacielo possieda una cantina è per molti sorprendente perché generalmente l’anticapitalismo non considera la “questione animale”: esso accetta acriticamente l’idea secondo cui gli animali sono a nostra completa disposizione e pertanto si impegna ad analizzare i meccanismi di sfruttamento dei soli umani per individuare le modalità della loro (esclusiva) liberazione.

Anche gli animali, però, non sfuggono all’oppressione capitalista ed è allora ragionevole chiedersi se una tale critica “ristretta” del capitalsimo sia giustificabile o se addirittura la sua incapacità di ottenere cambiamenti sociali apprezzabili sia da imputarsi proprio alla profonda miopia che mostra nei confronti degli altri animali. Non vi è dubbio che il capitalismo abbia a che fare con l’animalità soggiogata a partire dal suo stesso nome (da caput , capo di bestiame). Il capitalismo moderno, inoltre, nasce in Inghilterra con l’appropriazione e la recinzione (le cosiddette enclosures ) di terre comuni. Tale fenomeno stravolse completamente il modo di fare agricoltura con l’intensificazione dello sfruttamento dei lavoratori, del terreno e degli animali, tra cui le “pecore da lana”, su cui si costruiranno le fortune dell’industria manifatturiera britannica..

L’uomo, tuttavia, ha iniziato a “vedere” gli animali come risorsa economica già a partire dalla rivoluzione neolitica. Subito dopo l’ultima glaciazione, circa 10.000 anni fa, alcune popolazioni nomadi del Medio Oriente si organizzano progressivamente in gruppi stanziali, andando a costituire il nucleo di quello che saranno le città-stato prima e gli imperi sovranazionali poi.

La gestione della nuova complessità sociale, caratterizzata dalla specializzazione delle attività lavorative, comportò, tra l’altro, la nascita di classi improduttive (nobili, sacerdoti, funzionari, soldati, ecc) e, con essa, di una rigida gerarchia accompagnata dalla necessità di reperire il surplus di energia necessario a mantenere in vita un organismo talmente dissipativo. Questo, a sua volta, si tradusse nella messa a punto di un sofisticato sistema di regole materiali e simboliche volte a distanziare l’uomo dalla natura al fine di controllare e manipolare la stessa per renderla massimamente produttiva e il momento più importante di questa impresa di innalzamento dell’umano è stato l’addomesticamento degli animali. Gli animali addomesticati verranno così a costituire la prima forma di beni mobili, di capitale; da allora, saranno una sorta di proto-denaro, che a sua volta ha amplificato in un tragico feed-back positivo sia la loro che la nostra oppressione.

Se guardata da questa ottica, la storia della civiltà ci mostra che lo specismo (la sistematica violazione degli interessi degli animali a favore dei “nostri”) è il presupposto storico dei rapporti di dominio intraspecifici: senza lo sfruttamento materiale degli animali non sarebbe stato possibile creare quel differenziale di ricchezza sociale ed economica che sta alla base delle società discriminatorie e, senza la riduzione simbolica dell’animale, non sarebbe stato possibile formulare quei meccanismi ideologici di riduzione dell’altro (la donna, il povero, lo straniero) a “mera natura”, a “quasi animale”, meccanismi che ne rendono possibile, nel migliore dei casi, l’emarginazione e, nel peggiore, l’eliminazione fisica.

Horkheimer aveva ragione e quegli anticapitalisti che sorridono con superiorità di fronte alle istanze del movimento animalista, di fatto, seppur inconsapevolmente, non ambiscono ad altro che ad “abbellire” qualche piano del mostruoso grattacielo in cui abitiamo, senza mai metterne in dubbio la sopravvivenza.

I più illuminati cultori del mercato, con tipica espressione specista, pensano che sia necessario controllare gli “spiriti animali” del capitalismo, ossia le sue componenti irrazionali. Gli anticapitalisti dovrebbero forse cominciare a chiedersi come liberare dal controllo i corpi degli animali che ogni giorno vengono razionalmente e materialmente smembrati dalla macchina capitalista.

Fonte:  liberazione.it del 3.12.2009

Lettera da un mondo vegano

Proponiamo una lettera interessante i cui destinatari sono tutti coloro che pur interessandosi delle problematiche animaliste non sono ancora riusciti ad arrivare alla consapevolezza che non può esistere un vero rispetto dell’altrui diritto se ci si ostina ad avallare pratiche di sfruttamento ed uccisione. Una bella lettera per chi professandosi animalista continua a consumare carne e derivati della sofferenza animale.

Cari amici e compagni attivisti,

in un momento in cui la maggior parte delle organizzazioni per i diritti degli animali sono attive a promuovere, difendere e premiare i prodotti di origine animale e i metodi di sfruttamento “umanitari”, vi scrivo da parte di tre individui beneficiari di tale pietà.

Per l’industria, essi sono noti come unità di produzione numero 6, numero 35 e numero 67.595. Per il consumatore “compassionevole”, essi sono noti come etichette che ti fanno sentire bene: “Latte biologico”, “carne di vitello rosa”, “uova in libertà”. Per i difensori del benessere degli animali, essi sono noti come “alternative umanitarie”. Invece tra loro sono noti come madre, figlio, sorella e amico. Per loro stessi, essi sono semplicemente ciò che per te e per me siamo per noi stessi: un mondo auto-consapevole d’esperienze soggettive, sensazioni, paure, ricordi – qualcuno con assoluta certezza che la sua vita è degna di essere vissuta.

# 6 è madre per la prima volta.

E’ frenetica. Il suo cucciolo è assente. Cammina disperatamente su e giù per la stalla, piangendo e chiamando il suo cucciolo perduto, temendo il peggio, confermando le sue paure. Lei è una delle migliaia di femmine indifese nate in un allevamento biologico verde di produzione di latte. Lei trascorrerà tutta la sua breve vita soffrendo per la perdita di un cucciolo dopo l’altro. Sarà munta instancabilmente attraverso ripetuti cicli di gravidanza e perdite. La sua unica esperienza della maternità sarà la peggiore perdita per una madre. Al picco della sua vita, il suo corpo cederà, il suo spirito si romperà, la sua “produzione” di latte andrà in declino, e verrà inviata a un orribile massacro, insieme ad altre madri appena sconfitte, e “usate” come a lei stessa.

Lei è il volto del latte biologico.

mucca

# 35 è un cucciolo con due giorni di vita.

Il suo cordone ombelicale è ancora attaccato, la sua pelle è ancora viscosa con i fluidi del parto, i suoi occhi vedono sfuocato, le sue gambe, tremano. Sta piangendo pieno di dolore perchè non trova sua madre. Nessuno risponde. Vivrà tutta la sua breve vita come un orfano, la sua unica esperienza di amore materno sarà quella che desidera, la sua unica esperienza di connessione emotiva, sarà quella di assenza. Presto, la memoria di sua madre, il suo volto, la sua voce, il suo odore, andranno persi, ma l’anelito doloroso per il suo calore sarà ancora lì. A quattro mesi di età, lui e altri orfani come lui saranno rinchiusi in un camion e trasportati per la loro uccisione. Mentre verrà trascinato nella stanza del massacro, sarà ancora alla ricerca di sua madre, avendo un bisogno disperato della sua presenza protettiva, in particolare in quello scuro momento in cui sarà terrorizzato e avendo bisogno di lei più che mai in mezzo alle terribili visioni, suoni e odori di morte intorno a lui e, nella sua disperazione, nel suo desiderio di un pizzico di consolazione e di protezione, lui, come molti vitelli neonati, provano a succhiare le dita dei loro macellatori.

Lui è il volto del vitello “rosa”, stiamo incoraggiando i “leader responsabili di ristoranti” a utilizzarlo.

vitello

# 67.595 è una delle 80.000 galline in un centro di “uova in libertà” gestiti da una famiglia.

Lei non ha mai visto il sole né sentito l’erba sotto i piedi, non ha mai incontrato sua madre. I suoi occhi le bruciano a causa dei fumi di ammoniaca, il suo corpo è coperto di piume ferite e abrasioni, le sue ossa sono fragili a causa della costante produzione di uova, il suo becco tagliato trema di dolore. E’ esaurita, esausta e sconfitta. Dopo una vita di degrado sociale, psicologico, emotivo e fisico, lei affronta il problema beccando obiettivi inesistenti. Ha due anni e la sua vita è finita. La sua produzione di uova si è ridotta, e sarà eliminata con il modo più economico possibile – significa morire in una camera a gas insieme alle altre 80.000 galline della sua comunità. Ciò richiederà tre giorni lavorativi per completare il compito. Per due lunghi giorni, dovrà ascoltare i suoni e respirare gli odori delle sue sorelle mentre vengono uccise nelle camere a gas appena fuori da dove si trova ora. Il terzo giorno sarà il suo turno. La prenderanno per le gambe e la porteranno via per la prima volta nella sua vita e, come ciascuna delle 80.000 galline “usate”, come ciascuna delle 50 miliardi di vittime annuali del nostro appetito, lei lotterà per continuare a vivere, e non accetterà alcuna spiegazione o giustificazione per essere derubata della sua unica e patetica vita.

E’ il volto delle “uova in libertà”, stiamo incoraggiando le scuole, le ditte e i consumatori a utilizzarle

gallina

Questi sono i “beneficiari” delle “pratiche umanitarie degli allevamenti” che noi, i difensori degli animali, stiamo sviluppando, promuovendo e premiando pubblicamente, incoraggiando i consumatori “compassionevoli” ad acquistare i prodotti di cui sappiamo che non sono altro che miseria. Pratiche “umanitarie” che, se qualsiasi di noi fosse costretto a sopportare, nessuno le sentirebbe come “umanitarie”.

Noi, attivisti, sappiamo che non esiste nulla di simile ad un allevamento compassionevole, etico o responsabile in alcuna scala. Sappiamo che l’unica alternativa umanitaria ed etica è una vita vegana.

Perché siamo così in pochi e in poche a dire la verità? Perché stiamo descrivendo prodotti “estensivi” come “umanitari” quando si sa l’orrore che tali pratiche infliggono alle loro vittime? Perché stiamo mentendo alla società, e a noi stessi, sapendo che l’allevamento “compassionevole” non è altro che un mito, un sistema di commercializzazione, una etichetta fuorviante? Perché molti di noi stiamo togliendo la vita ad animali, incoraggiando il consumo di carne, uova, latte, solo quando il nostro dovere è di lottare per la loro vita come se fosse la nostra? Perché stiamo promuovendo la pratica di mangiare animali quando sappiamo che è brutale, imperdonabile e completamente inutile? Perché stiamo premiando i consumatori che richiedono ogni volta più prodotti di origine animale se vogliamo cercare di eliminare quella situazione? Perché stiamo rafforzando e ricompensando le ipotesi speciste di questo mondo, quando il nostro lavoro, il nostrounico lavoro, come educatori/trici vegan e attivisti, è quello di mettere in discussione e far cambiare quelle ipotesi offrendo un nuovo modello di pensiero sugli animali non umani, un nuovo modello di interagire con loro, un nuovo modo di vivere, un nuovo modo di esserci nel mondo?

Molti di noi giustificano il loro sostegno ai prodotti di origine animale “umanitari” e la loro ricerca di riforme di benessere dicendo che il mondo non è pronto per il cambiamento, che forse non diventerà mai vegano, che possiamo solo sperare di raggiungere, di questo passo, la diminuzione della sofferenza degli animali che sono condannati ora. Ma questo non è vero. Questo non è un dato di fatto. Si tratta di una paura – paura di agire, un fallimento della volontà, un atteggiamento di disfatta e, infine, una profezia che si auto-soddisfa.

La verità è che il mondo può cambiare. In realtà, il mondo è cambiato molte volte in passato, ed è cambiato in modi che sembravano impossibili in quel momento. La verità è che il mondocambierà, ma solo se ci impegniamo a creare questo cambiamento. Rimarrà lo stesso se noi, gli auto-proclamati agenti di cambiamento, incoraggiamo a far in modo che le cose restino immutate. Cambierà se noi tutti diremo la verità sul fatto che non vi è un modo di allevamento compassionevole, la verità è che l’unica alternativa è vivere in maniera vegan, la verità è che gli allevamenti in qualsiasi scala sono un disastro etico ed ambientale, la verità è che gli animali sono esseri come te e come me, e hanno lo stesso diritto inerente alla vita e alla libertà come per te e per me. La verità è che vivere in maniera vegan non è uno “stile di vita”, ma un imperativo morale.

Possiamo fare di meglio. Infatti, abbiamo l’obbligo a fare di meglio.

Vi invito a vedere quanto può essere raggiunto quando un piccolo gruppo di attivisti è dedicato ad offrire il proprio tempo e risorse in un’educazione vegana che sia coerente. Il nostro obiettivo finale – la liberazione animale – e il messaggio “diventa vegano” è centrale per ciascuna delle nostre comunicazioni, dalle risorse su Internet, al materiale stampato, annunci, proteste, cartelloni, eventi di sensibilizzazione, fino all’esplorazione della personalità degli animali da allevamento dettagliate nei singoli ritratti pubblicati nel blog Prairie.

Con dei fondi limitati, con un nucleo di educatori vegani formato interamente da volontari che sono determinati a dire tutta la verità sulla carne, sul latte e sulla produzione di uova, una piccola organizzazione di base come il Santuario Peaceful Prairie che ha costruito qualcosa che grandi e ricche organizzazioni non solo non sono riuscite a portare avanti, ma hanno costantemente cercato di distruggere in anni di anti-attivismo vegano: un vivace mondo vegano che cresce in mezzo a un mondo non vegano, un luogo in cui gli animali rifugiati sono considerati e rappresentati come gli esseri che giustamente sono, un luogo dove le persone residenti difendono instancabilmente niente meno che la liberazione totale, uno stato libero nel cuore di un mondo sovrastato da esseri umani, un luogo in cui i principi dell’abolizione sono applicati in parola, pensiero e di fatto. Un enclave vegano in cui la presenza ha già cambiato la geografia fisica, politica, psicologica e spirituale del mondo.

Vi invito a sperimentarlo voi stessi. Unitevi a noi nella nostra lotta per estendere la sua portata. Aiutateci perché non abbia confini.

Joanna Lucas

Santuario Peaceful Prairie

http://www.peacefulprairie.org/

Non sentiva più le urla degli animali, nè vedeva il sangue scorrere.

Nota dell’autore: dedico questo pezzo ai coraggiosi difensori degli animali e ai salvatori che costituiscono l’ALF, il Justice Department, l’Animal Liberation Brigade e altri gruppi militanti di azione diretta che stanno lottando contro i vivisettori e il resto della loro genia, i quali costituiscono il complesso dello sfruttamento animale. Data l’incessante natura del tormento sistematico e del massacro di milioni di altri esseri senzienti che ha luogo giorno dopo giorno, sono inevitabili delle risposte violente da parte di persone che amano gli animali non umani, in quanto mezzo moralmente accettabile di auto-difesa allargata per conto delle vittime senza voce ed indifese. Come ha supposto il mio stretto collaboratore, dottor Jerry Vlasak — e sono d’accordo al 100 % — l’omicidio di uno o due vivisettori salverebbe probabilmente milioni di vite di animali non umani. E, data la sempre più incandescente situazione presso l’UCLA, chissà cosa potrebbe accadere?

Impiegando una miriade di tattiche e strategie, quelli di noi che vogliono vedere le gabbie vuote prevarranno. Come ha dichiarato un altro mio fermo alleato, il dottor Steve Best, durante una conferenza che ha tenuto ad Oxford nel 2005: “rendiamo la vivisezione un tabù”. Sogno quel giorno.

“Il fisiologo non è un uomo del mondo. E’ uno scienziato, ossia un uomo preso e assorbito da un’idea scientifica che persegue; non sente più le urla degli animali, nè vede il sangue scorrere; vede solo la sua idea: organismi che gli nascondono problemi che vuole scoprire. Non si sente nel bel mezzo di un’orribile carneficina; sotto l’influsso di un’idea scientifica, ricerca con piacere un filamento nervoso dentro della carne livida e maleodorante, che per un’altra persona sarebbe oggetto di disgusto ed orrore”.
–Claude Bernard

Per vivisezione si intende l’anacronistica pratica di condannare animali non umani alla sterilità, l’isolamento e la prigionia in gabbie di laboratorio, sottoporli ad amputazioni, punture, bastonate, shock elettrici, bruciature, avvelenamenti e che, inoltre, sembra essere molto più vicina alla tortura medioevale che alla ricerca scientifica del 21esimo secolo. Appropriatamente, la storia della vivisezione ha le sue radici negli editti religiosi medievali, che proibirono la dissezione di cadaveri umani (1). E l’antropocentrismo è così profondamente inculcato nella nostra psiche che, pur vivendo in un’era “illuminata”, continuiamo con la nostra barbarie collettiva basata su una dottrina clericale per cui dei cadaveri umani in decomposizione erano più sacri di esseri senzienti respiranti e vivi.

Approposito di dottrina clericale, Claude Bernard, il “Padre della Fisiologia”, il cui principale mezzo di indagine era la vivisezione, ricevette un’educazione gesuita e crebbe nella Francia del 19esimo secolo (2). Bernard era ossessionato dalla nozione per cui tutti i progressi scientifici significativi, in particolare nella medicina, potevano venire solo dal laboratorio.

“Come la mette lo storico della medicina Brandon Reines: l’effetto reticolare delle pubblicazioni di Bernard sul pancreas servì a canonizzare l’elemento vivisezionista della sua medicina sperimentale, a spese delle analisi cliniche. I suoi successivi lavori pedagogici portarono ad una ulteriore diminuzione nell’impatto degli studi clinici, e un corrispondente aumento del dramma dei già allora allettanti esperimenti su animali” (3).

Il laboratorio di Bernard era una casa degli orrori per animali non umani, pieno di grottescherie e dolore oltre ogni immaginazione, tra cui forni in cui arrostiva le sue vittime ancora vive (4). Sfortunatamente, l’influenza di Bernard restò potente fino al giorno d’oggi, portando molti scienziati ad affidarsi quasi esclusivamente alla vivisezione – con un’enfasi virtualmente nulla sugli altri metodi di ricerca.

Come le primitive religioni e i dogmi scientifici che l’hanno generata, la vivisezione è una reliquia del passato che è sopravvissuta alla sua utilità, se mai ne ha avuta una. Da una prospettiva di liberazione animale, non ci sono giustificazioni morali per torturare e assassinare animali non umani in modo da far “avanzare la scienza”, ma anche se considerata da una inveterata ma intelligente prospettiva specista, la vivisezione è una pratica deleteria, per il suo tremendo spreco di tempo, denaro e sforzo, ed è più una minaccia alla salute umana che una salvaguardia della stessa.

A causa delle molte differenze anatomiche, fisiologiche, genetiche e comportamentali tra specie (differenze che Bernard ha scartato nel suo zelo per dimostrare che “tutta la materia vivente obbedisce alle stesse leggi fisiologiche”) (4), i test condotti su animali non umani sono solo dal 5 % al 25 % accurati nel prevedere l’impatto che avranno sugli umani le sostanze testate o i trattamenti (5), e uno studio del 1994 che è apparso nel rapporto SCRIP ha determinato che solo 6 delle 114 sostanze considerate, tossiche per gli umani, lo erano anche per gli animali non umani (6). Gli animali non umani sono un pessimo termine di riferimento rispetto alle persone.

Secondo Pro Anima (Francia), oltre un milione di persone sono morte prematuramente quest’anno nell’Unione Europea per via di sostanze tossiche introdotte nel loro cibo o ambiente che erano state testate su animali e considerate sicure (7).

Milioni di animali non umani vengono vivisezionati ogni anno per assicurare la nostra “sicurezza” quando prendiamo dei farmaci. E noi, quanto sicuri siamo? Considerato che le reazioni avverse ai farmaci sono la quarta principale causa di morte, e alla base del 15 % degli ingressi in ospedale, i farmaci uccidono oltre 100.000 persone all’anno (più delle droghe) e le reazioni avverse ci costano oltre 130 miliardi di dollari in spese mediche all’anno (8).

Nel dicembre 2003, il dottor Allen Roses, vice-presidente a livello mondiale del dipartimento genetico della GlaxoSmithKline, il più grande produttore farmaceutico della Gran Bretagna, ha ammesso le gravi limitazioni dei farmaci per cui vengono sacrificati gli animali non umani, dichiarando “La grande maggioranza dei farmaci – oltre il 90 per cento – funziona solo nel 30 o 50 per cento delle persone”, ha detto il dottor Roses. “Non direi che la maggior parte dei farmaci non funziona. Direi che la maggior parte dei farmaci funziona per il 30-50 percento delle persone. I farmaci sul mercato funzionano, ma non funzionano per tutti” (9).

Per un mucchio di altri esempi (troppo numerosi per citarli qui) che rivelano l’antiquata e cruda natura dei risultati provenienti dalla vivisezione, si veda il rapporto del 2007 intitolato “Do No Harm” che è stato redatto dalla AD-AV Society della British Columbia nel settembre 2007 (10).

Nonostante i suoi dimostrabilmente pessimi risultati, e nonostante gli eccitanti progressi in genetica e in altre aree della scienza, e il rapido sviluppo che rende la vivisezione antiquata ed obsoleta, essa persiste, non perchè porti la “verità”, ma piuttosto perchè offre ampie occasioni di profitto su e giù nella lunga catena della “ricerca”. C’è una tremenda pressione tra colleghi ed una profonda inerzia accademia affinché si continui a imprigionare e torturare altri esseri senzienti. Le ragioni sono molte, ma a parte il fatto che la vivisezione è un’ortodossia profondamente radicata che viene tramandata da una generazione di ricercatori ad un’altra, e a parte che la ricerca su animali non umani viene pubblicata facilmente (non sono pochi gli incentivi per praticarla negli ambienti “pubblica o muori” delle università), la vivisezione – soprattutto – produce e garantisce denaro. Continua ad essere tenuta in grande considerazione e pesantemente promossa nelle comunità mediche e scientifiche, in quanto molte università sono arrivate a dipendere fortemente dalle garanzie multi-milionarie che ricevono per finanziare la ricerca su animali non umani, anche quella che è frivola o ridondante.

Big Pharma, tra i più grandi sostenitori e beneficiari della ricerca su animali non umani, usa la sua ampia influenza – un’influenza derivata da ricche tasche e ancora più ricche relazioni incestuose con legislatori, controllori del governo, giornali medici, istituzioni a finanziamento pubblico, e dottori (11) – per sostenere la menzogna secondo cui sarebbe impossibile innovare e commerciare nuovi farmaci senza la vivisezione. Poison Pill, un libro di Tom Nesi, fornisce una decostruzione da una prospettiva interna all’industria di come la Merck fu in grado di portare in commercio il Vioxx, un farmaco che ha potenzialmente ucciso decine di migliaia di persone (12). Per queste leviataniche aziende farmaceutiche, la barbarie della vivisezione e l’inefficienza sono irrilevanti. Per assicurare il flusso ininterrotto dei loro immensi profitti, hanno bisogno della vivisezione per accelerare il processo di approvazione, in modo da dare ai consumatori l’illusione della sicurezza, e per proteggersi dalle ripercussioni legali (13).

E non dimentichiamo la quantità di affaristi subordinati che raccolgono bei soldi dall’industria della vivisezione. Tra questi ci sono le aziende che allevano (o catturano) e vendono animali non umani ai vivisettori (14), le compagnie che praticano la vivisezione come forma di appalto (15), i produttori di gabbie, i produttori di equipaggiamento scientifico, e molti altri.

La biologia evoluzionista predice, mentre la contemporanea biologia molecolare conferma, che differenze molto piccole tra specie, al livello genetico, invalidano la nozione storica per cui gli esperimenti su animali possono portare a cure e trattamenti per malattie umane.
–Ray Greek, MD

Quando avremo riacquisito i nostri cuscinetti morali, superato i dogmi ed il denaro, e buttato la vivisezione nel cestino della storia, come faremo avanzare la nostra conoscenza medica e come determineremo quali terapie mediche, farmaci e prodotti di consumo sono ragionevolmente sicuri?

C’è una miriade di modi, e mentre gli Stati Uniti hanno dimostrato una feroce resistenza a disfarsi del paradigma vivisezionista (con una commissione del Congresso che ha approvato solo 4 delle potenziali 185 alternative ai testi su animali non umani), possiamo guardare all’Europa, che ha approvato 34 alternative e ne sta sviluppando altre 170 (16).

Se ponessimo fine all’abominevole pratica della vivisezione oggi stesso, le scienze mediche e biologiche continuerebbe a progredire con gli studi clinici ed epidemiologici, che hanno collegato fumo e cancro ai polmoni dopo che anni di vivisezione non avevano dimostrato la relazione di causa ed effetto; autopsie, biopsie, studi post-mortem, che hanno aiutato enormemente i ricercatori nell’identificare e capire molte malattie; studi sugli effetti collaterali dopo l’immissione nel mercato; lastre, che hanno permesso importanti scoperte sull’anatomia e fisiologia umana; test su cellule in vitro e su culture tessutali; modelli informatici, utilizzabili per testare potenziali nuovi farmaci; cromatografia e spettroscopia (17).

E dal generale, ci spostiamo a qualche esempio specifico: nel febbraio 2008, lo NIH e l’EPA hanno iniziato un progetto di cinque anni per ridurre l’uso di animali non umani nei test di tossicità. I loro sforzi congiunti impiegheranno tecnologia robotica e test in vitro al posto della vivisezione (18).

Due biochip, chiamati Metachip e Datachip, sono stati sviluppati nel 2007. Ognuno contiene degli enzimi umani e delle cellule che possono essere usati per predire come un corpo umano risponderà ad un farmaco (19).

Negli ultimi mesi, dei bioingegnieri alla Brown University hanno creato con successo delle “strutture cellulari tridimensionali a partire da “blocchi di costruzione” di cellule viventi”. Il loro scopo finale è creare dei “modelli tessutali” per replicare gli organi umani (20).

Al MIT, l’ingegnere biologico Linda Griffith, sta lavorando verso altre vie di simulazione degli organi umani. Piazzando un chip nel tessuto del fegato umano, ha dato agli scienziati un mezzo potente per studiare l’interazione del fegato con farmaci e prodotti chimici (21).

Nel dicembre 2008, la professoressa Christine Mummery del Leiden University Medical Center, nei Paesi Bassi, si è rivolto alla British Pharmacological Society e ha spiegato come i ricercatori potrebbero coltivare cellule del cuore umano a partire dalle cellule staminali embrionali, testandole su quelle anzichè su animali non umani (22).

Queste sono solamente alcune delle molte opzioni che i ricercatori possono scegliere al posto dei test su animali non umani. Eppure, nonostante abbiano numerosi strumenti a loro disposizione, e nonostante il fatto che la prigionia e la tortura di altri esseri senzienti sia un abominio morale, la comunità scientifica, guidata dall’ortodossia, il denaro, e il complesso dell’industria animale, abbraccia saldamente la vivisezione.

Quanto a lungo permetteremo al fantasma di Claude Bernard di continuare a praticare il suo sadismo e la sua scienza malata?

Riferimenti:

[1] http://www.mercyforanimals.org/vivisection.asp

[2] http://en.wikipedia.org/wiki/Claude_Bernard

[3] http://www.hughlafollette.com/papers/BERNARD.HTM

[4] http://www.animalvoices.org/adav/1.essays.bernard.html

[5] http://www.shac.net/science/intro.html

[6] http://www.animalaid.org.uk/h/n/CAMPAIGNS/experiments/ALL/730/

[7] http://www.animalaid.org.uk/images/pdf/vivisection.pdf

[8] http://www.navs.org/site/PageServer?pagename=ain_sci_drugdev

[9] http://www.independent.co.uk/news/science/glaxo-chief-our-drugs-do-not-work-on-most-patients-575942.html

[10] http://www.bcconversationonhealth.ca/media/AD-AV_Submission.pdf

[11] http://www.thenation.com/doc/20020805/newman20020725

[12] http://www.tomnesi.org/press.htm

[13]http://www.animalliberationfront.com/Philosophy/Animal%20Testing/Industry_Science/Why%20the%20FDA%20Requires%20Animal%20Testing.html

[14] http://en.wikipedia.org/wiki/Charles_River_Laboratories

[15] http://www.sourcewatch.org/index.php?title=Covance_Laboratories

[16] http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2008/04/11/AR2008041103733.html?hpid=topnews⊂=new

[17] http://www.neavs.org/betterscience/bettersci_benefits_of_using_nonanimal_tests_biomedical_research.htm

[18] http://www.scientificamerican.com/article.cfm?id=feds-agree-to-toxicity-test&page=2

[19] ibid

[20] http://www.boston.com/business/healthcare/articles/2009/03/30/are_the_lab_rats_days_numbered/?page=1

[21] ibid

Jason Miller è un convinto anti-capitalista, vegan staight edge, liberazionista animale, e addetto stampa per il North American Animal Liberation Press Office. E’ anche redattore e fondatore di Thomas Paine’s Corner.

Per gli ultimi aggiornamenti sul movimento di liberazione animale, visitate NAALPO su:
http://www.animalliberationpressoffice.org/

Jason Miller
Fonte:
http://civillibertarian.blogspot.com/
Link:
http://civillibertarian.blogspot.com/2009/05/he-no-longer-heard-cries-of-animals-or.html
09.05.2009

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di CARLO MARTINI

Ostruire i torrenziali fiumi di sangue.

Anni di introspezione e profonda ricerca spirituale – percorrendo intrepidamente l’apparentemente infinita quantitá di sentieri inesplorati, indomiti, spinosi e traditori che serpeggiano circolarmente nella mia psiche – mi avevano condotto a concludere ingenuamente di aver delineato una mappa completa di chi fossi, della mia visione del mondo, e del mio scopo.

Fortunatamente, una catena di eventi che ha iniziato a dispiegarsi molti mesi fa, ed é recentemente culminata nel mio immergermi nella compagnia di alcuni dei piú zelanti, competenti e appassionati attivisti per gli animali a cui ho avuto il privilegio di unirmi (1), ha scosso quel mio mezzo compiacimento e innescato la passione per iniziare di nuovo una profonda e straziante analisi di chi sono e di quello in cui credo – una “rivalutazione di tutti valori”, se volete – che include per forza di cose i significativi e crescenti dolori dell’evoluzione personale. Mentre riconosco che la mia percezione del sé, la generale visione che ho del mondo, e le convinzioni essenziali siano relativamente immutabili, ci sono ancora molti spazi per la scoperta e la crescita.

Un anno fa, Steve Best mi disse di voler rendere di nuovo la filosofia qualcosa di pericoloso. Con questo in mente, sono giunto ad alcune radicali conclusioni riguardo noi umani ed i nostri ampiamente biasimevoli modi d’essere in quanto specie. Indulgo nel “filosofare con il martello”, trasmettendo alcune ideologie, pensieri, osservazioni, principi e asserzioni che prendono a randellate alcuni dei sacri principi dello status quo antropocentrico ebraico-cristiano della civiltá occidentale, e suscitano l’ira di specisti inveterati che sbraitano come bambini viziati quando qualcuno sfida il loro “inalienabile diritto” di torturare, assassinare e mangiare altri esseri senzienti, e questo mi lascia con tanta popolaritá quanta ne avrebbe un pitbull agitato e senza guinzaglio ad un’esibizione felina.

Nonostante la quasi unanime convinzione antropocentrica che noi animali umani siamo superiori agli animali non umani, la veritá é che siamo semplicemente eguali – NEL MIGLIORE DEI CASI. Infatti, la nostra malevolenza, aviditá, apatia, belligeranza, arroganza, egoismo e la tendenza a dominare, sfruttare e mutilare la Terra e gli altri suoi abitanti, mi hanno convinto che siamo inferiori agli altri animali, sia moralmente che, in un senso perverso, intellettualmente. Siamo solo abbastanza intelligenti da aver sviluppato un devastante complesso di superioritá, credendo che la nostra capacitá di impegnarci in forme complesse di pensiero e comunicazione ci arroghi il diritto di abusare sistematicamente del pianeta e di altri esseri senzienti, creare barriere artificiali per alienarci dal resto della natura, inquinare e contaminare terre ed acque con ogni sorta di tossici, putridi, nocivi, infetti, e disgustosi prodotti liquidi e solidi, molti dei quali con periodi di smaltimento che vanno oltre i 10.000 anni in cui é esistita la malattia che chiamiamo civiltá. Lo homo sapiens, la “specie superiore” ha preso in “custodia” il pianeta e sta andando allo sbando, verso l’auto-distruzione e l’estinzione di massa di altre specie. Questo, quanto é intelligente?

Gli animali non umani sono senzienti, ed un crescente quanto imponente corpo di ricerca in peer-review legittima scientificamente le osservazioni empiriche quanto basate sul senso comune per cui molti altri animali sono anche ‘soggetti di vita’ in quanto conducono delle relativamente complesse vite intellettuali, emotive e sociali. Ucciderli intenzionalmente é un omicidio quanto lo é uccidere un essere umano. Esatto: l’ho scritto. “Carne” é omicidio. Come lo sono la vivisezione, le pellicce, i combattimenti tra cani o galli, la produzione di prodotti caseari e di uova, e il resto della miriade di mostruose atrocitá commesse dal complesso dell’industria animale attorno al globo. Mentre i consumatori e gli utenti finali sono complici, é il vaso pieno di merda del sistema capitalista specista che dobbiamo frantumare in milioni di cocci di porcellana, maneggiando il piú pesante martello che possiamo trovare.

Per riuscire ad ostruire i torrenziali fiumi di sangue che fluiscono dalle vene di miliardi di animali massacrati; far tacere la cacofonia dei loro pietosi lamenti, belati, grida, strilli: per redimerci da questo apparentemente infinito olocausto, deve prima accedere una cosa. La specie umana deve diventare universalmente vegana. Se la nostra voglia di consumare carne, il desiderio dellla pelle di qualcun’altro, o le codarde smanie di inseguire creature indifese e crivellarle con proiettili o perforarle con frecce, o il nostro bisogno percepito di sottoporre altri animali ad atroci torture per “il progresso della scienza e della medicina” sono troppo forti per essere vinti, dobbiamo mettere la carne umana sui menú, riempire gli scaffali dei magazzini con scarpe e abiti di pelle umana, puntare i nostri fucili da caccia su bersagli umani, e riempire i laboratori di ricerca con soggetti umani. Dopotuto, se usiamo, abusiamo e massacriamo esseri senzienti per soddisfare i nostri palati, migliorare le nostre vite, e vivisezionarli, allora per riportare la giustizia e porre fine all’ipocrisia abietta, dobbiamo includere la nostra stessa specie in queste attivitá.

La distruzione di proprietá, attrezzature, macchinari, laboratori e virtualmente ogni costrutto umano inanimato o “risorsa” usata nello sfruttamento, oppressione, menomazione, stupro o omicidio di animali umani, altri animali, o la Terra non puó essere considerato violenza. Potrebbe essere illegale secondo un sistema che feticizza la proprietá ed il profitto, ma che non é immorale. Infatti, in molti casi é la cosa giusta da fare.

Rispetto alla vera violenza – il ferimento o l’uccisione di esseri senzienti (rancorosi specisti, ovviamente, limiteranno la definizione agli esseri umani – lo stato capitalista (di quasi ogni nazione, in quanto il capitalismo aziendale é virtualmente ubiquitario) e la sua miriade di componenti, agenti, sicofanti, agenzie, uffici, rami, soldati, datori di lavoro,propagandisti, impiegati, e cittadini dalla cieca obbedienza, con tutta la lor genia, sono di gran lunga i piú egregi perpetratori di atti direttamente violenti. In lampante contrasto, il movimento di liberazione animale non ha commesso alcuna violenza diretta – nessun sfruttatore animale umano é mai stato ucciso. Comunque, noi in quanto movimento siamo colpevoli di commettere violenza indiretta nel contenerci collettivamente davanti all’annuale tortura e l’omicidio di miliardi di altri animali, permettendo all’imperscrutabile e crudele violenza diretta dello stato capitalista, alle industrie dello sfruttamento animale che lo supportano, e ai miliardi di inveterati e inflessibili pedine antrocentriche al punto che soffrono o portano i loro omaggi quando muoiono sociopatici come Harry Harlow, Philip Armour, Ray Kroc e i loro compari, mentre chiudono gli occhi davanti a degli innocenti procioni che vengono scannati vivi in modo che degli umani privilegiati possano indossare una “pelliccia”.

Filosoficamente parlando, il movimento di liberazione animale ha bisogno di abbracciare la contro-violenza per proteggere esseri innocenti come una delle molte tattiche nella propria guerra per porre fine all’olocausto animale. Attacchi a incorreggibili, mancanti di empatia e sociopatici specisti torturatori di animali, o la morte di coraggiosi militanti underground, sono aspetti sia necessari che moralmente accettabili della lotta per liberare animali non umani. Da un punto di vista etico, tali atti sarebbero prontamente giustificabili come una forma di auto-difesa allargata per conto di esseri senzienti indifesi e senza voce.

Dati l’opportunitá ed i mezzi, gli animali non umani ovviamente ucciderebbero i loro tormentatori e assassini – siano i proprietari di ranch, direttori della grande industria agricola, cacciatori, vivisettori, o simili. Immaginate quanti miliardi di animali non umani sarebbero risparmiati al costo di un relativamente minuscolo numero di vite umane se gli attivisti agissero come tramite in alcuni casi e facessero semplicemente quello che gli animali non umani farebbero per loro stessi – se solo potessero. Quando ottenere i propri soldi insanguinati o vedere soddisfatti i propri desideri diventa troppo rischioso, i partecipanti al “gioco dello sfruttamento” si legherebbero le mani e la carneficina industrializzata di animali non umani raggiungerebbe un brusco stop.

Mentre lo stato capitalista impiega livelli estremi di violenza istituzionalizzata per guadagnare, violentare la Terra, e mantenere l’ordine sociale, molti si oppongono ad ogni contro-violenza sulla base che sia inefficace e che persino l’uso limitato da parte di pochi attivisti porta l’opinione pubblica contro interi movimenti sociali. Eppure, nella storia, non ci sono vittorie di giustizia sociale che sono state ottenute senza tattiche violente, anche se tali tattiche hanno giocato un piccolo ruolo. Né lo sdegno pubblico per l’uso della violenza ha potuto impedire a movimenti come quello abolizionista, per il suffragio femminile, i diritti civili o l’anti-apartheid di avere successo.

I governi centralizzati, le loro strettamente allineate entitá aziendali-capitaliste, e tutti quelli attorno al globo che permettono, perpetuano o perpetrano sfruttamenti animali di larga scala, invitano e meritano l’inimicizia di quelli di noi che lottano nel movimento di liberazione animale. Cosí ridicolmente inconsiderati come siamo, e alla luce dello schiacciante potere del nostro nemico, dobbiamo battere quest’idra dalle molte teste con tutte le tattiche di impegno asimmetrico e con tutta la determinazione a cui possiamo fare appello, battendoci entro la struttura dei sistemi politici e legali, intrinsecamente corrotti, che sono pesantemente calibrati a favore degli assassini antropocentrici. Dobbiamo batterci per educare e vincere i cuori e le menti delle persone la cui empatia non é stata sradicata dal narcisismo e dal consumismo della cultura dominante; allearci con altri movimenti di liberazione anti-capitalisti; e intraprendere varie forme di azione diretta per conto dei miliardi di animali non umani annichiliti e ridotti in uno stato miserevole ogni anno dal capitalismo specista.

Se i capitalisti e il loro fedele gregge possono prendere a colpi di fucile, intrappolare, menomare, ingabbiare, schiavizzare, tagliare, sbudellare, sgozzare, macellare, traumatizzare, sottoporre a iniezioni, picchiare, calpestare, violentare, indossare, mangiare e assassinare brutalmente degli esseri senzienti senza voce, come possiamo noi anti-specisti, in buona fede, permettere loro di operare indisturbati e con impunitá? Alla luce dell’inimmaginabile orrore, dolore e sofferenza che hanno inflitto a quasi innumerevoli miliardi di amici animali non umani, nulla di quanto fa il nostro movimento per mettere in discussione, impedire, danneggiare, fermare o delegittimare o il sistema o i singoli sfruttatori di animali puó essere moralmente riprovevole o eccessivo. Non dobbiamo preoccuparci di mantenere alto il terreno morale. Dante scrisse un addendum mai pubblicato all’Inferno che include un Decimo Circolo – solo per i nostri nemici.

Nel sistema legale dello stato capitalista, che essenzialmente serve a proteggere il profitto e la proprietá, un attivista che uccidesse un “fattore”, un vivisettore o un cacciatore sarebbe punibile come omicida. Ma nelle piú alte corti delle leggi di natura, quelli che non si impegnano in qualche forma di attivismo – sia esso diretto o indiretto, violento o non-violento – per difendere gli animali non umani, saranno processati come complici nell’omicidio.

L’apatia é complicitá. Da che parte starete? Thanatos o Gaia?

[1] Con molti di voi ho socializzato, scambiato idee e manifestato alla Let Live Conference di Portland, Oregon dal 6/26/09 to 6/28/09.

Jason Miller
Fonte:
http://thomaspainescorner.wordpress.com/
Link:
http://thomaspainescorner.wordpress.com/2009/07/05/to-dam-the-torrential-rivers-of-blood-and-to-silence-the-cacophony-of-their-agonized-cries%E2%80%A6/
05.07.2009

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di CARLO MARTINI