Postato da GiuRo 21 - gennaio - 2012 0 Commenti

Spesso si giunge ad adottare uno stile di vita vegan partendo da un punto di vista apparentemente apolitico che ha le sue radici nella così detta non violenza: un amore universale per la vita non può prescindere dalla cura e dal rispetto degli animali appartenenti ad altre specie e, addirittura, alle piante.
È, in fondo, un atteggiamento panteistico, che ha come naturale approdo, il fruttarianismo, che fa della vita il bene supremo e del suo rispetto un valore imprescindibile. La religione tradizionale dell’Occidente, ridotta all’osso, e le religioni orientali più conosciute (buddhismo,taoismo, induismo) forniscono la veste più consona a questo sentire e tutti coloro che abbracciano questa ideologia sono prontissimi a giurare sul fondamento comune delle grandi religioni, sul loro comune accento portato sulla non violenza, sul messaggio di amore cosmico.

Chi scrive non è un docente di storia delle religioni, eppure ha certamente le competenze per smontare questo ferreo credo.

Cominciamo da ciò che ci è più vicino: il cristianesimo è una religione della non violenza?

Una rapida e anche disattenta lettura del vangelo ci dice che non è affatto così :

Matteo 10:34 Non pensate ch’io sia venuto a metter pace sulla terra; non son venuto a metter pace, ma spada.

Luca 12:49 Io son venuto a gettare un fuoco sulla terra; e che mi resta a desiderare, se già è acceso?

E questo solo per citare le stesse parole di colui che si vorrebbe fondatore del Cristianesimo; anche gli atti però confermano le parole: cosa fece Gesù nel tempio ai cambia valute? Con quanta veemenza?
Cercò forse il dialogo come pure avrebbe potuto? E perché non lo fece?
Forse perché era lui ad avere una posizione eccentrica ed erano invece i cambiavalute ad essere tutelati dai gestori dell’ordine costituito, dalle legge?

Il buddhismo poi non può essere ridotto ai termini dualistici pace/guerra visto che il dualismo della mente umana e la sclerotizzazione del pensiero e su pensare sono proprio i fattori che quella dottrina si ripropone di oltrepassa; si ricorderà qui che lo zen, una forma particolarmente raffinata di buddhismo, nella sua versione Rinzai, era la filosofia di vita dei samurai, gente non conosciuta per il suo pacifismo; l’unico buddhista che si faccia un dovere di ribadire il pacifismo di fondo del buddhismo è il Dalai Lama che, non sarà un caso, è un monarca spodestato dall’imperialismo cinese.

Prima di gridare all’incoerenza e di trincerarci dietro le nostre certezze reputando quei comportamenti, in contraddizione con le dottrine originarie, divagazioni di seguaci infedeli, fermiamoci e torniamo a guardare le parole e a dar loro il significato originario. Cosa è la violenza?

Cosa s’intende con questo termine.
Nell’accezione moderna, quella di tutti i giorni, si intende ormai colluttazione, scontro fisico e quasi null’altro: la parola, alterata, ha perso parte del suo bagaglio lasciando buona parte di quella cosa che un tempo era detta violenza priva di un nome, se non addirittura dotata di un nome carino che ne sminuisca la portata oppressiva.

Torniamo però al significato etimologico della nostra parola:

Come si vede immediatamente non c’è nulla che faccia riferimento a un prevalere dell’elemento fisico su altri e in verità è esperienza di tutti che non esista solo la violenza fisica; forse peggiore è la violenza psicologica.

La donna, per esempio, è tradizionalmente addestrata a ritenersi inferiore all’uomo non solo con percosse che spessissimo non le sono inflitte ma con tutto un armamentario di rimproveri, di occhiatacce, di considerazioni quasi casuali che le introducono in testa un poliziotto mentale assai più efficace di qualunque piedipiatti fisico; contravvenire ai suoi ordini è assai più difficile che evitare le botte del più irruente dei padri.

“Da che parte si potrebbe mai volgere lo sguardo senza incontrare vittime di questo sacrificio che consiste nel rinnegare se stessi? Qui di fronte a me siede una giovane donna che offre forse già dieci anni sacrifici cruenti alla sua anima. La sua figura è rigogliosa, ma il capo è piegato da una stanchezza mortale e le guance pallide tradiscono il lento dissanguarsi della sua giovinezza. Povera creatura, quante volte le passioni avranno fatto palpitare il tuo cuore e la gioventù, con la sua gagliarda energia, avrà reclamato il suo diritto! Quando il tuo capo si agitava fra i morbidi guanciali, la natura, risvegliandosi, spasimava nelle tue membra, il sangue gonfiava le tue vene e fantasie fiammeggianti riversavano nei tuoi occhi lo splendore della voluttà. Ma ecco apparire il fantasma della tua anima e della sua beatitudine eterna. Inorridivi, le tue mani si congiungevano, i tuoi occhi pieni di angoscia sollevavano lo sguardo verso l’alto, e tu -pregavi. Le tempeste della natura si calmavano, la superficie delle acque tornava tranquilla nell’oceano dei tuoi desideri. Lentamente le palpebre esauste si abbassavano su quella vita ormai spenta, la tensione dileguava lentamente dalle turgide membra, nel cuore si placavano le onde tumultuose, le mani congiunte gravavano sul seno ormai inerte, ancora un ultimo, lieve gemito, e-l’anima era tranquilla. Ti addoloravi, per ridestarti al mattino a nuove lotte, e nuove-preghiere. Ormai l’abitudine alla rinuncia raffredda l’ardore del tuo desiderio e le rose della tua gioventù impallidiscono nella tua anemica beatitudine. L’anima è salva, che importa se il corpo perisce? O taide, o Ninnon, come avete fatto bene a disprezzare questa smunta virtù!Meglio una ragazza di liberi costumi che mille zitelle incanutite nella virtù!”

(Stirner, L’unico e la sua proprietà, ed. Anarchismo, pagg 51-52).

Il contenuto del passo può sembrare superato in un tempo in cui la morale sessuale sembra aver subite mutazioni permanenti; eppure, il passo stirneriano e quelle considerazioni possono essere estese senza fatica a molte altri aspetti del nostro sistema educativo.

In “Sorvegliare e Punire” Foucault ci fa abbondantemente edotti sulla violenza quotidiana a cui tutti noi siamo costantemente sottoposti dallo sbirro che si annida nelle nostre teste e da quello che è nelle teste del nostro vicino, dei nostri amici, dei nostri genitori… la nostra è una società del controllo totale a cui non si arriva con tecniche vessatorie degne della Germania hitleriana ma con piccole e amorevoli correzioni che ci piovono addosso a volte anche col sorriso sulle labbra e che pure ci costringono ad assumere quel dato comportamento per tema di rimanere isolati, essere sgraditi a chi ci corregge: il ricatto della solitudine, per l’animale sociale che è l’uomo , risulta sempre la peggiore pena.

Ora, risulta ovvio da quanto detto che questa poderosa tecnica coercitiva che uccide l’individuo spingendolo sempre ad assumere un comportamento che gli riesce vantaggioso solo perché lo rende gradito al suo contesto sociale ma che lo rende un impacciato attore, una macchietta, un uomo che non ha mai vissuto, sia la peggiore e più grave violenza che possa essere fatta all’individuo umano e non; nessuno però condanna davvero questa forma di violenza e anzi, la nostra stessa società che ama la non violenza, assai spesso adora atti oltremodo violenti messi in atto da individui che pure si proclamano non violenti. Il processo mediatico, la carcerazione e financo rappresentazioni televisive date ogni sera su reti pubbliche e private in cui il buon poliziotto stermina il disgraziato di turno sono l’esempio più appariscente; altri, più sofisticati sono pure evidenti. L’esempio più evidente di questa mistificazione della violenza è proprio la bandiera della non violenza: Mohandas Gandhi.

La venerazione collettiva che circonda quest’uomo è tale che sembra impossibile dire qualcosa di negativo al suo riguardo, e la stessa ammirazione rende gli ammiratori dell’eroe della patria indiana incapaci di vedere quanto quest’uomo fosse violento. La sua strategia era tutto un insieme di ricatti (il lasciarsi morire di fame qualora non si fosse fatto quello che diceva lui non può avere altro nome) e di dimostrazioni di forza fattiva (migliaia di individui circondavano poche decine di militari); le sue parole e tutte le sue azioni, nate dal desiderio che l’India (un’invenzione inglese; prima esistevano soltanto sovrani locali, come e più che nella penisola italiana) fosse indipendente, e cioè uno Stato sovrano indipendente ha tali e tante implicazioni di violenza e sopruso che sarebbe lungo prenderli tutti in esame (apparirà però evidente a chiunque almeno che uno Stato non può esistere senza divisioni interne, stratificazione in classi, organi deputati a monopolizzare la violenza etc); eppure Gandhi viene considerato il paladino della non violenza. Se per violenza dobbiamo intendere quello che la parola indica davvero, nel caso gandhiano possiamo al massimo parlare di non belligeranza, non di non violenza, e le sue gote emaciate in ogni foto sono il segno più evidente di quanto il suddito dell’imperatrice Vittoria utilizzasse la violenza contro se stesso in modi a volte davvero irrazionali (anche il problema animale nella mente di Gandhi si configurava come fatto prettamente violento. Egli riteneva l’uomo dovesse essere vegetariano per dimostrare la propria superiorità sugli altri animali, giacché il mangiare carne era cosa da besti feroci e la continenza-e cioè l’autorepressione, l’autoviolenza- sarebbero degni di esseri superiori; si mutino un po’ le parole e la frase potrebbe benissimo essere attribuita a un nazista che parli di accoppiamento interraziale…).

Ma da dove nasce allora tutta questa venerazione per la non violenza?

Gandhi stesso parla di Tolstoj e di Thoreau come suoi precursori e se chi scrive non ha una conoscenza tale dell’opera di Tolstoj da consentirgli di approfondire questa parte del problema, lo stesso ha abbondantemente letto Thoreau e può senza tema di smentita asserire che in queste parole c’è quanto meno una forzatura.
È vero che l’autore americano parla di disobbedienza civile, di necessità di non pagare le tasse a uno stato schiavista; è però assolutamente vero che lo stesso autore, nello stesso “Disobbedienza civile” dice apertamente che impugnare le armi per combattere lo schiavismo non è affatto errato, anzi, è un dovere.

Dunque non abbiamo trovata ancora l’origine della nostra venerazione per la non violenza.

Giunge in nostro soccorso, in tal proposito, un’acuta analisi di Ted Kaczynski contenuta nel suo saggio “Moralità e Rivoluzione

“Particolarmente istruttiva ed indicativa è la proibizione morale della violenza nella nostra società. (Col termine “violenza definisco gli attacchi fisici sugli esseri umani o l’applicazione della forza fisica agli e da parte degli esseri umani). Diverse centinaia di anni fa, la violenza in sé non era considerata immorale, era ammirata. La classe sociale più prestigiosa era la nobiltà, che a quei tempi era una casta guerriera. Anche alla vigilia della Rivoluzione Industriale la violenza non veniva considerata come il più grande dei mali, e certi altri valori – come, per esempio, la libertà personale – erano ritenuti essere più importanti rispetto l’eliminazione della violenza. In America, persino durante il XIX secolo, l’atteggiamento pubblico nei confronti della polizia era negativo, e le forze di polizia venivano mantenute deboli ed inefficienti perché il sentimento generale le riteneva una minaccia alla libertà. La gente preferiva difendersi da sé ed accettava un livello di violenza nella società tollerabilmente alto invece che rischiare di perdere parte della propria libertà personale. Da allora, gli atteggiamenti verso la violenza sono cambiati drammaticamente. Oggi, i media, le scuole e chiunque sia compromesso col sistema, ci fanno il lavaggio del cervello inducendoci a credere che la violenza sia una cosa che, rispetto a tutte le altre, non bisogna assolutamente commettere. (Naturalmente, quando il sistema trova conveniente usare la violenza – per mezzo della polizia o dell’esercito – per i propri propositi, può sempre escogitare una scusa per impiegarla). Talvolta si sostiene che il moderno atteggiamento nei riguardi della violenza sia il risultato della sensibile influenza del cristianesimo, ma tale asserzione è assurda. Il periodo durante il quale il cristianesimo fu più forte in Europa, il Medioevo, fu un’epoca particolarmente violenta. É stato durante la Rivoluzione Industriale e nel corso dei conseguenti cambiamenti tecnologici che gli atteggiamenti verso la violenza si sono modificati ed alterati, mentre nello stesso arco di tempo l’influenza del cristianesimo si è marcatamente indebolita.

Chiaramente, non è stato il cristianesimo che ha cambiato gli atteggiamenti nei confronti della violenza. È necessario per il funzionamento della moderna società industriale che la gente operi ed agisca in modo rigido e meccanico, obbedendo alle regole, seguendo gli ordini e gli schemi, eseguendo le procedure prescritte. Di conseguenza il sistema richiede, soprattutto, docilità umana e ordine sociale. Di tutti i comportamenti umani, la violenza è uno dei più distruttivi per l’ordine sociale, quindi il più pericoloso per il sistema. Dal momento in cui la Rivoluzione Industriale ha iniziato a progredire, le classi dominanti, percependo che la violenza era sempre più avversa e sfavorevole ai loro interessi, modificarono il loro atteggiamento nei suoi confronti. Dato che la loro influenza era predominante nel determinare che cosa si doveva pubblicare sulla stampa ed insegnare nelle scuole, gradualmente trasformarono l’atteggiamento dell’intera società, sicché oggi la maggior parte delle persone della classe media, ed anche la maggioranza di coloro che pensano dei ribelli contrari al sistema, credono che la violenza sia il peccato fondamentale. Essi immaginano che la loro opposizione alla violenza sia l’espressione di una loro decisione morale, e in un certo senso lo è, ma in realtà si basa su una moralità che è designata  servire gli interessi del sistema ed è instillata attraverso la propaganda. Infatti, tali persone hanno semplicemente subito un lavaggio del cervello.”

Dunque, riprendendo il discorso fatto in precedenza ispirandoci a Foucault, la non violenza non è altro che una violenza del sistema, un tratto educativo che ci viene inculcato per renderci ingranaggi del sistema, fantasmi, ossessi incapaci di vedere quanta violenza ci sia riversata addosso e quanta noi stessi ne riversiamo addosso a chi non può difendersi. E, visto in questa luce, l’aderenza al veganismo pacifista non è che un abbracciare i valori del sistema, un farsi piccolo perché il Leviatano sia grande, un rifiutare sé per glorificare il nostro Signore che è l’esistente; fatta in questa chiave, la scelta vegan non è che un pilastro in più che tenga in piedi la Megamacchiana; è la più fine delle educazioni al sistema, la più spinta forma di chinare il capo davanti alle inaudite violenze messe in atto dal Dominio.

I vegani non possono far propri i valori del sistema, non possono aderire, anche solo in parte, alle menzogne che rendono possibile l’uccisione di milioni di individui innocenti per il solo godimento di pochi privilegiati; un vegano deve avere dei valori altri, e questi valori cominciano dalla consapevolezza di chi è, del suo ruolo eversivo, del suo smascherare le menzogne che il sistema ci inculca per perpetuare se stesso; o è questo un vegano, o non è nulla.

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