Postato da Ada 2 - giugno - 2010 0 Commenti

cala_rete_a_strascicoL’1 giugno è il giorno dell’entrata in vigore del Regolamento Mediterraneo dettato dalla Commissione europea (Reg. CE 1967/2006), che avrà il compito di mettere ordine nella pesca nel mare Mediterraneo in discussione già dal 2006.

Maglie più larghe delle reti, mantenimento di una distanza dalla costa di non meno di 1,5 miglia per le reti gettate e 0.3 miglia per le draghe usate per la cattura dei bivalvi, questo in sintesi il contenuto del regolamento comunicato che dovrà essere applicato da tutti i pescatori.

La rivoluzione che interessa la marineria è concentrata nella misura delle reti: si cambia il formato che passa, da maglie di 25 millimetri, a 40.

Cambia anche la forma delle maglie: dal rombo si passa al quadrato. Per i pescatori una modifica sostanziale perché la maglia a rombo, quando la rete si riempie, diventa più tesa e stretta e riesce ad accogliere più pescato mentre con la forma quadrata, questo effetto restringente scompare e così la cattura dei pesci piccoli viene scongiurata.

La normativa europea non dovrebbe consentire deroghe: è vietato pescare i pesci piccoli ed è vietato venderli, comprarli e cucinarli. Chi pesca specie ittiche sotto misura deve rigettarle in mare altrimenti rischia una multa.

E se non sono mancate le proteste, come quella dell’associazione Marinerie d’Italia davanti al ministero delle Politiche agricole a Roma, si pensa già a dei Piani di gestione da presentare all’Ue, ovvero a deroghe per maglie e distanze dalla costa che permetterebbero la cattura di alcune delle specie coinvolte dalle nuove disposizioni; ma anche a misure economiche in grado di “sostenere” i pescatori “danneggiati” da questo provvedimento. Non ci aspettavamo altro.

Quello che ci lascia basiti è leggere i titoli e le frasi contenute in alcuni articoli recenti, cose del tipo “A rischio seppie, calamaretti e telline” nell’ottica tutta antropocentrica del rischio vissuto come sparizione dai piatti di chi perderà ghiottonerie tipo la paranza o gli spaghetti con le vongole.

Noi non la pensiamo così. Quello che è a rischio, che lo era fino a ieri e che lo sarà anche se in misura minore, anche oggi, è la vita di milioni di animali pescati ogni anno per diventare piatti tipici, quello che è a rischio è l’ecosistema marino, già delicato e messo a repentaglio dall’inquinamento delle acque.

Quello di cui ci interessa è sempre stato questo e non ci sentiamo di versare lacrime per la crisi di un comparto crudele e che vive sulla morte degli animali.

Non ci stupisce neppure che anche i Verdi, che si proclamano attivi per la difesa dell’ambiente si schierino invece a favore dei pescatori.

Il rischo del nuovo regolamento medierraneo dell’ Unione Europea – spiega il commissario regionale dei Verdi per la regione Campania Francesco Emilio Borrelli sostenendo la protesta dei pescatori napoletani – è la fine della economia napoletana e campana legata alla piccola pesca. Ulteriori nuclei familiari si troveranno senza lavoro e reddito e le nostre tavole saranno invase dal pescato proveniente dalla Cina dove non esistono regole e nessuno vieta di esportare questo tipo di pesce come le telline e le seppie. Fermo restando controlli severi e limitazioni rigide la piccola pesca non è certamente il primo nemico dell’ecosistema marino. Ci appelliamo al Presidente della Regione e a quello della Provincia di Napoli ad intervenire rapidamente visto che entrambi come per l’Agricoltura non hanno istituito l’assessorato alla Pesca“.

E in Liguria sono già state approvate le prime deroghe.

Ma i dati parlano da soli.

Lo sfruttamento delle risorse ittiche riduce il grado biodiversità degli organismi animali e vegetali di un dato ecosistema e porta molte specie al di sotto dei livello minimo di sopravvivenza.

La pesca induce dei cambiamenti nella composizione della specie, poiché vengono catturati in grandi quantità individui non ancora sessualmente maturi (stadi giovanili) e che, quindi, non contribuiranno mai alla riproduzione della propria specie.

Fenomeni di pesca intensiva possono, inoltre, ridurre la variabilità genetica delle popolazioni selvatiche rendendole più fragili nell’affrontare eventi esterni come le epidemie, o alterare gli equilibri preda-predatore, innescando dei meccanismi di competizione per il cibo.

Le modalità di pesca sono molteplici, alcune con impatti sull’ambiente più significativi di altre. Ogni tecnica è nata al fine di concentrare gli sforzi su determinate specie ittiche e si spazia da attrezzature legate alla piccola pesca, come ami, lenze, trappole, reti da posta, a strumenti complessi e costosi, come le reti a strascico, le reti a circuizione e le reti da traino volanti.

Sono da considerare anche gli effetti sulle specie non commerciali catturate dalle imbarcazioni durante le attività di pesca dei pesci piatti (passere, sogliole e rombi) e dei molluschi pettinidi (canestrelli e cappesante) e non destinati al consumo. Anche questi danni sono stati misurati usando delle opportune scale di danneggiamento ideate ad hoc e considerando l’intero processo di pesca e quindi: gli esemplari fuoriusciti dalla rete durante la fase di interazione dell’attrezzo con il sedimento; gli esemplari appena liberati sul ponte alla fine della cala commerciale; gli esemplari alla fine delle operazioni di cernita manuale del prodotto commerciale. I danni sofferti dalla specie non-bersaglio sono risultati essere direttamente collegati alla morfologia dei diversi organismi, e ad essere maggiormente danneggiati sono tutti quegli organismi sprovvisti di una protezione rigida e resistente del corpo.

Oltre ai danni arrecati durante tutto il processo di pesca (contatto diretto con i denti e la slitta, il passaggio nel sacco e la cernita), è risultato che l’esposizione all’aria e alla temperatura esterna influisce negativamente per cui anche le specie pescate e poi rigettate in mare subiranno dei danni.

Se non basta questo per capire quanto la pesca sia dannosa per le specie marine, è possibile consultare studi molto approfonditi sui danni all’ecosistema,sull’impatto distruttivo della pesca sugli habitat, ad esempio sulle barriere coralline, sulle paludi costiere, sui fondi coralligeni e sulle praterie di Posidonia ed altre fanerogame marine.

Interessante da questo punto di vista una ricerca dell’Università di York e della Marine Conservation Society (MCS), diretta da Ruth Thurstan e pubblicata su “Nature Communications” che sostiene che il danno della pesca moderna (dal Diciannovesimo Secolo ad oggi) sui pesci è maggiore di quanto finora ipotizzato, con alcune specie ittiche particolarmente a rischio.

La Thurstan e i suoi ricercatori hanno scelto di partire dal anno 1880 e di focalizzarsi sull’azione delle flotte britanniche esaminando la pesca a strascico e confrontando pescato rispetto alla stazza, capacità di movimento e numero d’imbarcazioni coinvolte.

In questo modo, essi hanno creato un indice (LPUP, landings of fish per unit of fishing power) che ha evidenziato come pescare una certa quantità di pesce è oggi 17 volte più difficile di quanto non lo fosse oltre un secolo addietro e come alcune specie siano diventate estremamente rare.

In base alle osservazioni dei ricercatori, il picco del pescato si ebbe nel 1937, quando le navi portarono a riva un quantitativo di prede 14 superiore a quello odierno. In termini ecologici, tale cifra indica un impoverimento della fauna ittica  e dell’ecosistema del mare di ben il 94%.

Spiega la Thurstan: “Siamo stati stupefatti dallo scoprire che nel 1889 in Inghilterra e nel Galles arrivavano a terra quattro volte più pesci di oggi. Se consideriamo la sofisticazione tecnologica e la potenza delle navi attuali il fatto che la pesca abbia un successo molto inferiore di quello ottenuto dalle piccole navi a vela del XIX° secolo, possiamo avere un’idea del drastico declino nell’abbondanza del pesce“.

Ecco perché parliamo di “rischio” da un punto di vista diametralmente opposto a quello che riecheggia in questi giorni, perché quello che ci sta a cuore è il pericolo a cui sono esposti gli animali e non quello che corrono pescatori e mangiatori di telline.

Fonte: “Fishing fleet working 17 times harder than in 1880s to make same catch”, The University of York 04 maggio 2010.

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